Angeli e demoni

Angeli e demoni seduti alla stessa tavola: questa è l’essenza del blues.

Il blues è nato per darci il pretesto di suonare l’uno con l’altro. Per comprenderci. Basta salire su un palco e tra musicisti con gusti, storie e repertori diversi viene spontaneo trovare un punto d’incontro nel blues. “Facciamo un blues?” è la domanda più semplice per fare musica insieme.

Ma come è nato questo genere e quali sono le sue caratteristiche?

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti, iniziamo con il dire che non è possibile stabilire quanto sia vecchio il blues, ma di certo non è antecedente alla venuta degli schiavi africani negli Stati Uniti. Non sarebbe potuto esistere se gli schiavi africani non fossero diventati schiavi americani. Per questo è possibile considerare il blues come l’atto di nascita dei neri americani.

I primi schiavi nelle piantagioni parlavano il loro dialetto africano, rimanendo in tutto e per tutto estranei al luogo dove si erano ritrovati forzatamente. Poi ci furono gli afroamericani, i nuovi nati sul suolo americano, che iniziarono a parlare inglese ma vivevano ancora dei ricordi che i loro genitori e i loro nonni gli trasmettevano. Solo quando metabolizzarono la propria condizione, il posto in cui si trovavano (nel bene e nel male) ed ebbero voglia e capacità di raccontare la propria esperienza nella lingua di quel paese (sia pur con trucchi e ambiguità linguistiche e fonetiche), solo allora gli schiavi africani, gli afroamericani, diventarono dei neri americani.

In quel preciso istante nacque il blues. Il blues come entità autonoma, rispetto ai primi work songs e agli spirituals da cui, comunque, il blues ereditò i temi di sofferenza.

La foto ritrae un bambino con la tipica cigar box, uno strumento musicale rudimentale appartenente alla famiglia dei cordofoni. Lo strumento veniva costruito con mezzi di fortuna, come scatole di sigari appunto, dai braccianti nei campi di cotone. Caratterizzò il sound del cd. Delta Blues, uno dei primi stili di musica blues nato tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta. Il genere prende il nome dal delta del Mississippi. In questo genere gli strumenti predominanti sono la chitarra e l’armonica. Lo stile vocale varia da più introspettivo e cupo, a fiero e più passionale. Questo genere, attraversando il paese, diede poi origine agli altri stili di blues come il Chicago Blues ed il Detroit Blues.

Probabilmente la parola “blues” è stata usata per la prima volta con la frase “having a fit of the blue devils” (“avere un attacco di diavoli blu“), con il significato di essere triste e depresso, come si trova nell’opera di George Colman Blue Devils, A Farce In One Act (1798). Nella lingua inglese, infatti, il colore blu è associato alla tristezza e alla sofferenza e la frase “to feel blue” vuol dire sentirsi malinconici. La prima occorrenza documentata di questo vocabolo in ambito musicale risale al 1912, quando a Memphis W. C. Handy pubblico Memphis Blues (ma si suppone che l’uso sia più antico).
Uno che di sicuro ha i “diavoli blu” nell’anima, è Allison Mose. La sua infanzia è un’infanzia da nero. Il trombettista, pianista e compositore del Mississippi, dall’ironica vena letteraria, non ha mai “rubato” il blues essendo un autentico “white southerner”, un bianco degli Stati del Sud. Originario di Tippo, Mississippi, è diventato un’icona per molti. Da Tom Waits a Jack Bruce, dagli Who (che per il loro brano ‘My Generation’ si ispirarono a ‘Young Man Blues’ di Mose), fino a Elvis Costello. Tutti ricordano ed ammirano questo uomo del Delta, capace di creare un suo personalissimo impasto sonoro tra jazz e blues. Famoso il riarrangiamento del brano “Parchman Farm” che Mose prende da Bukka White. Parchman Farm, la famosa prigione piantagione del Mississippi, dove i detenuti erano impegnati nelle piantagioni di cotone che circondavano la prigione stessa. Un carcere molto duro. Una pena lì ti cambiava per sempre. Una prigione fuori dalle più basilari regole civili, dove i trusty, i detenuti fidati, erano scelti per controllare gli altri. Il ruolo più prestigioso era quello dei trusty shooter, che controllavano il lavoro nei campi, armati di fucile. Eppure Mose riesce, nel testo e nell’arrangiamento, ad infondere una perversa gioia tanto che il brano divenne una hit ballabile. Un’ironia malinconica pervade l’ascoltatore, qualcosa che sembra fuori posto ma che denota l’abilità di Mose non solo come musicista ma anche come raffinato letterato. Interessante, a tal proposito, questo video documentario.

L’evento che ha permesso al blues di diffondersi fu l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, nel 1865, dopo la quale molti musicisti di colore poterono portare la loro musica fuori dalle piantagioni. Un movimento che li portò, successivamente, a spingersi verso Nord per cercare un mondo nuovo. Ben presto alcuni di loro riuscirono a farsi apprezzare, anche se con molta fatica, perfino dai bianchi. Del resto, una musica così era troppo bella per essere ignorata. Riusciva a entrare nel cuore di chiunque l’ascoltasse. Era la musica del peccato, del sesso e dell’alcol, ma allo stesso tempo chiedeva perdono, poiché invocava Dio, nel suo rifarsi al gospel e allo spiritual.

Ed è forse per tutte queste ragioni che il blues ci entra dentro. Perché è pieno della realtà tragicomica della vita, dell’amore, del dolore e della grazia. Ci parla di quello che la vita davvero è: angeli e demoni seduti alla stessa tavola. Il blues ci dice che non siamo sempre buoni o cattivi. Siamo e basta. Ecco perché quando accettiamo il blues, comprendiamo pienamente la nostra condizione di esseri umani.

Tecnicamente è costituito essenzialmente da due elementi: una scala (con le blue notes, note caratteristiche e caratterizzanti il sound di questo genere musicale) e una progressione armonica (una sequenza di 12 misure chiamata anche “12 bars blues progression“). Dodici misure come dodici sono i mesi dell’anno e i segni dello zodiaco. Una progressione dove dentro troviamo tutto: i suoni di maggiore e minore derivanti dalla modalità greca, la cadenza plagale dell’Amen tipica della musica liturgica cristiana, il timbro pungente e l’intonazione incerta della musica africana… tutto è blues. Una sequenza che riflette il modo di cantare il blues nei campi di lavoro, dove una persona cantava (call) e altri rispondevano (response).

Uno dei padri di questo genere è sicuramente Robert Johnson. Nacque nel 1911 sulle rive del Missisipi. Si sposò all’età di diciassette anni, ma la moglie morì di parto l’anno successivo. Dopo questo evento tragico Johnson si immerse sempre più nella musica. Johnson non era affatto un prodigio, anzi sembra che non avesse alcuna particolare dote musicale. In seguito smise il suo lavoro di contadino e prese a girovagare. Finì a Hazelhurst, Mississippi, la sua città natale, alla ricerca del vero padre, Noah Webster. Non riuscì a rintracciarlo ma trovò, invece, il suo vero mentore, uno sconosciuto bluesman di nome Ike Zinneman. Zinneman amava raccontare che aveva imparato a suonare la chitarra di notte, al cimitero, tra le tombe, tanto che alcuni lo credevano Satana. Chiunque fosse, Zinneman fu un ottimo maestro per Johnson. Dopo un anno Robert ritornò a Robinsonville dove gli altri musicisti rimasero molto stupiti del suo grande miglioramento.

Nessuno riusciva a spiegarsi come avesse potuto sviluppare una capacità così sorprendente in così poco tempo. Nacque la voce che avesse fatto un patto con il Diavolo. Molti, infatti, sostengono che Johnson si rivolse alle pratiche voodoo per ottenere ciò che voleva. Grazie, quindi, agli abbondanti margini di speculazione permessi dall’oscurità che ha avvolto e avvolge la sua vita, e al soprannaturale potere della sua musica, molti si sono chiesti se Robert Johnson non avesse davvero stretto un patto con il diavolo. In effetti ci fu sempre qualcosa di insidiosamente potente e misterioso al lavoro nei fatti della sua vita. Come se non bastasse le sue canzoni non sono per niente estranee a riferimenti satanici.

Crossroad Blues
“I went to the crossroad
fell down on my knees”
“Asked the Lord above: Have Mercy now
save poor Bob, if you please”
“Standin’ at the crossroad
I tried to flag a ride”
“Didn’t nobody seem to know me
everybody pass me by”
“The sun goin’ down, boy
dark gon’ catch me here”
[…]
“Lord, that I’m standin’ at the crossroad, babe
I believe I’m sinkin’ down”

Tanto per cominciare sembra che Johnson, seguendo la tradizione del voodoo, abbia incontrato (o invocato) il diavolo in un incrocio. Proprio questa sua canzone, tra le più celebri, sembra racconti questo incontro. Il tono è oscuro, impaurito, disperato, e racconta di un uomo a un punto di non ritorno. Una delle chiavi di lettura più note è quella secondo cui si tratti di una sorta di preghiera e di richiesta di perdono al Signore per aver venduto l’anima al diavolo.
Il cadere in ginocchio (“fell down on my knees”) è un chiaro simbolo di abbandono, di assenza di aiuto; tra l’altro l’essere inginocchiati è associato alla penitenza. Il tramonto da sempre richiama alla morte, e le tenebre sono il regno del demonio. Nessuno lo vuole aiutare, e tutti lo ignorano.
E si sente annegare…

Esistono tanti libri sul blues, e tutti descrivono il blues come una sequenza di accordi e una scala caratteristica. Questo metodo, tuttavia, non ha fatto altro che snaturare l’essenza profonda del blues, qualcosa che noi occidentali non siamo mai riusciti a comprendere pienamente. Per trovare un punto di riferimento musicale a noi familiare, abbiamo trasformato i tipici vocalizzi, le modulazioni, gli effetti di glissando e di legato propri della musica afroamericana, all’interno di un discorso diatonico. Gli schemi definiti di accordi, le sequenze, sono stati elaborati per supportare la nostra comprensione del blues, ma non lo definiscono, tanto è vero che il blues può esistere come melodia perfettamente riconoscibile anche senza di essi. Il fatto è che tutte le spiegazioni che potremmo dare rappresentano dei tentativi di interpretare un sistema musicale nei termini di un altro, di descrivere una musica non diatonica in termini diatonici.

Per capire davvero che cos’è il blues, bisogna prima afferrare cosa non è.

Questo articolo è un estratto dal mio libro “Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale”(2016, edito da I Libri Di Emil).

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