Troppo tardi

“It’s Too Late” è il brano chiave per il successo di Tapestry, capolavoro di Carole King. Un album imperdibile, forte anche di tanti altri successi senza tempo (da “You’ve Got A Friend” a “So Far Away”) e delle collaborazioni eccellenti degli amici Joni Mitchell e James Taylor. Diventerà uno degli album più venduti della storia.
In questa canzone, in particolare, appare la più intima Carole: la ragazza timida col maglione e i pantaloni a zampa, che fissa la finestra con gli occhi velati di malinconia; un’anima sensibile e sincera, che anche quando ti lascia, sa usare le parole giuste. Se mai si riuscirà a trovare pace per un amore finito, ripensare ai versi che seguono potrà sicuramente dare una mano:

“There’ll be good times again for me and you/ But we just can’t stay together, don’t you feel it too/ Still I’m glad for what we had, and how I once loved you”
“Ci saranno ancora dei bei momenti per me e per te. Ma non possiamo proprio stare insieme, non lo senti anche tu. Sono ancora contenta per ciò che abbiamo avuto e per come una volta ti amavo.”

Una melodia struggente e un timbro vocale limpido e sincero unito a soffici arrangiamenti jazzati, acuiscono il senso di rammarico e di nostalgia. Così che il disincanto per una storia d’amore al capolinea sembra quasi tramutarsi nel senso di rassegnazione di una generazione intera, quella che aveva sognato di vivere davvero l’Età dell’Acquario e si era ritrovata di colpo catapultata nella disillusione dei Seventies con la perdita delle utopie hippy.

“And it’s too late, baby, now it’s too late/ Though we really did try to make it/ Something inside has died and I can’t hide/ And I just can’t fake it”
“Ed è troppo tardi, baby, ora è troppo tardi. Anche se davvero abbiamo provato a farcela. Qualcosa dentro è morto e non posso nasconderlo. E non posso proprio fingere.”

Questo brano nasconde, però, una magia che trascende ogni considerazione. Qualcosa che ci cattura al primo ascolto. Un’alchimia difficilmente ripetibile che lo ha reso un inno generazionale, il manifesto di un’epoca. Nei suoni, anzitutto, che fissano uno standard decisivo per l’intero decennio 70 (quello del cantautorato più intimista e malinconico) e nella costruzione musicale che denota tutta la sapienza compositiva di Carole King. La melodia è fatta di motivi ritmici sincopati che vengono modificati e combinati nel corso del brano, a differenza di molte canzoni in cui le frasi ritmiche vengono semplicemente ripetute. C’è poi l’intuizione di fissare la nota più alta ripetendola diverse volte prima che la melodia stessa scenda, imprimendola, così nell’orecchio dell’ascoltatore. Infine, c’è un ultimo trucco emozionale: la melodia in ogni singola battuta non finisce mai sulla nota tonica, lasciando dunque un senso di incompiutezza. Anche le parole fanno, chiaramente, la loro parte. Parole fortemente femministe, perché a porre fine alla relazione, per la prima volta, è una donna.

L’impatto emotivo e ammaliante che questa artista riesce a creare in ogni sua canzone non è una grande scoperta…
Carole la dolce, un ruscello apparentemente innocuo, capace però di smuovere le rocce, ne ha stregati di uomini e di artisti. Neil Sedaka proprio a lei dedicò la celebre “Oh, Carol” senza considerare il cuore trafitto di Paul Simon e quello del compositore Gerry Goffin, con cui si sposerà, incinta, a soli 17 anni. Dalla coppia nascono due figlie e una sequenza impressionante di hit, destinate in buona parte a gruppi vocali dell’epoca ma anche ad Aretha Franklin, come nel caso di “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”.

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