per colui che segretamente ascolta

“Si scrivano dunque sonate o fantasie (che importa il nome!) ma non si dimentichi la musica, e il resto imploratelo al vostro buon genio”.

Schumann scrisse queste parole nel 1839, anno nel quale, dopo aver composto le tre Sonate per pianoforte op. 11, 14 e 22, pubblicò la Fantasia in do maggiore op. 17. La sua origine è legata a un’occasione celebrativa. Quando nel 1835 era stata bandita una sottoscrizione per la costruzione di un monumento di Beethoven a Bonn, Schumann aveva pensato di contribuire inviando un lavoro per pianoforte articolato in tre movimenti. Clara Wieck, la donna amata, fu la destinataria ideale dell’opera anche se ufficialmente compare il nome di Franz Liszt che era il promotore della raccolta fondi per il monumento a Beethoven. A riprova di questo ci sono le numerose lettere che Schumann inviò a Clara durante gli anni del componimento; una di queste, del marzo 1838, fornisce anche un suo giudizio: “II primo movimento è la cosa più appassionata che io abbia mai scritto – un profondo lamento per te. Gli altri sono più deboli, ma non hanno poi da vergognarsi”.

Emblematico il motto poetico posto in capo alla musica, gli ultimi quattro versi della poesia Die Gebüsche (“I cespugli”) di Friedrich Schlegel: “Fra tutti i suoni che riempiono il fantasioso sogno terrestre corre una melodia segreta per colui che segretamente ascolta”.

Da questo punto di vista l’indicazione esecutiva che appare all’inizio (durchaus fantastisch und leidenschaftlich, “in modo assolutamente fantastico e appassionato”) è più di un programma. L’atmosfera onirica che genera questa composizione è viva e pulsante, si interiorizza e si decanta fino ad assottigliarsi nella fluidità impalpabile di un fraseggio sottilmente inquieto. L’universo dei suoni viene, attraverso i tre movimenti, prima esaltato, poi placato nella memoria e infine consegnato al silenzio.

La Fantasia op. 17 è caratterizzata da un impetuoso fuoco creativo e da una notevole varietà inventiva. Dal principio alla fine il discorso pianistico si svolge incessante tra Sehnsucht e Ruhe (anelito e distensione) e scorre alternando momenti di passionalità ad altri di malinconico intimismo, secondo la regola schumanniana della sintesi fra opposti e contrastanti sentimenti. Si vede chiaro il bipolarismo psicologico del compositore, si intravedono i suoi due personaggi immaginari, le due facce della sua anima: Eusebio, l’uomo timido e pensoso, un essere fortemente ripiegato su se stesso e Florestano, l’esplosione rumorosa del più ardente e generoso entusiasmo.

L’inizio del terzo movimento con le sue sonorità liquide e quasi irreali lascia trasparire, come in filigrana, il riflesso di quel tema beethoveniano dell’Amata lontana che rivela, se ce ne fosse ancora bisogno, l’autentica anima segreta dell’intera composizione, concepita come omaggio alla memoria del genio di Bonn ma anche come atto d’amore di Schumann verso la sua futura compagna di vita ma che in quel momento era lontana da lui per volontà del padre della fanciulla, che si opponeva alle nozze.

Questa, a mio avviso, la migliore interpretazione: Horowitz nel concerto tenuto alla Carnegie Hall nel 1965.

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