Peggio di un bastardo

Uomo di Giava è il nome dato ai fossili scoperti nel 1891 nell’isola di Giava in Indonesia. I fossili rappresentano uno dei primi esempi di quello che oggi viene chiamato Homo erectus. I resti furono scoperti da Eugène Dubois che li classificò con il nome scientifico di Pithecanthropus erectus (dal greco antico πίθηκος (scimmia) eἄνθρωπος (uomo).

Da questa scoperta prende ispirazione un album sconvolgente di Charles Mingus.
Un album dove la musica è irrequieta, irascibile, carnale, capace di attimi di stasi come di esplosioni virulente, di decompressioni e ingorghi, di dissertazioni solitarie e crescendo corali, di brutali dichiarazioni di intenti e patologie incontrollabili, di urla sguaiate e malinconie urbane. Una musica risultato di un’infanzia difficile, violenta, vissuta costantemente nell’emarginazione e con l’incubo della discriminazione razziale.

La title track “Pithecanthropus Erectus” ci racconta l’evoluzione del povero animale uomo, che vanamente si colloca al di sopra della natura (nel momento stesso in cui può camminare su due zampe), per poi affrontare un violento e repentino declino, risultato inevitabile della propria arroganza. Una storia abbastanza inquietante e comunque decisamente poco usuale, sino a quel momento, per il mondo del jazz anche più colto, a conferma della capacità di Charles di leggere in anticipo gli stravoglimenti ed i motivi culturali che saranno dominanti; una storia che si sviluppa in un lungo brano che Mingus cura nei minimi dettagli, alternando passaggi in 4/4 e spunti in 6/4, giocando sulla sovrapposizione delle voci di Jackie McLean (al sax contralto) e J.R. Monterose (al sax tenore), che si avvinghiano in un discorso musicale originale e ricco di dissonanze ed asperità, quasi feroce nella sua immediatezza espressiva, insomma già a suo modo perfettamente free.

Ecco come lui stesso descriveva il brano:
«…è un poema jazz che racconta in musica la visione che ho della controparte del primo uomo che riuscì a levarsi in piedi – di come fosse orgoglioso di essere il primo a non camminare più a quattro zampe, di come si battesse il petto per la gioia e predicasse la sua superiorità sugli animali ancora proni. Sopraffatto dalla stima per se stesso, decide che sarà lui a governare il mondo, se non l’universo, ma la combinazione fra la mancata comprensione di quanto sia inevitabile l’emancipazione di quanti cerca di schiavizzare e la sua avidità… gli negano persino di diventare un vero uomo e finiscono per spazzarlo via. Fondamentalmente la composizione può essere divisa in quattro movimenti: 1) evoluzione, 2) complesso di superiorità, 3) declino e 4) distruzione».

Una canzone che a sentire l’inizio di “Immigrant song” dei Led Zeppelin, sembra aver influenzato lo stesso Robert Plant.

Ma chi era Mingus?
«Sono Charles Mingus. Mezzo nero, mezzo giallo… ma non proprio giallo e nemmeno bianco quanto basta a essere identificato come tale. Per quanto mi riguarda mi considero un negro… Charles Mingus è un musicista, un musicista meticcio che produce musica bella, terribile, amabile, maschia, femminile, musica. E ogni tipo di suono: forte, piano, inaudito. Suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni… Uno che gli piace un sacco giocare con i suoni».

Così si raccontava a una radio canadese. L’America tutta in un uomo: padre mulatto nato da un nero e da una svedese, madre metà cinese e metà pellerossa. In altre parole un bastardo. O peggio. Peggio di un bastardo.

«In altre parole: io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni; osserva aspettando l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di penetrare nella cella sacra del tempio del suo essere. E si fa insultare, e si fida di tutti, e firma contratti senza leggerli, e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis. Poi, quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido. Ma non ce la fa: e così si rinchiude in se stesso».

Se già avevate letto queste righe, dovreste averle riconosciute; un incipit come quello di “Peggio di un bastardo” non si dimentica. Se non le avevate mai lette e non vi è venuta voglia di farlo potete buttare tutti i libri e tutti i dischi che possedete. Non vi servono a niente. Siete morti e non sapete d’esserlo.

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