Era il paradiso

Il merito di Lou Reed è stato quello di sublimare il vizio sottraendolo al giudizio della morale corrente, di far emergere, di “legittimare” un universo sommerso che creava imbarazzo e suscitava scandalo, rappresentandolo nel suo crudo realismo, con quel tocco di poesia necessario per renderlo affascinante e umano.

L’anima e la poesia di Lou sono condensate nel suo capolavoro Berlin: album torturato e poetico, il suo autoritratto artistico.

Una storia d’amore che si trasforma in odio e distruzione. La gelosia, la passione, l’indifferenza delle persone e la loro ipocrisia. La fragilità nel cercare una persona accanto per paura di restare soli ad affrontare il mondo. Aspetti che tutti conosciamo e che magari abbiamo vissuto almeno una volta. Storie che possiamo aver percorso o visto indirettamente intorno a noi. Lou Reed è stato capace di raccontare tutte queste sfumature in poche canzoni racchiuse in questo che è il suo album più introspettivo, più intimo. Parla di odio e amore, tradimento, perdita, rinuncia, sconfitta. Canzone dopo canzone, velo dopo velo, si denuda, mostrandoci, senza pudori, il suo vero volto e la sua vera anima, con tutti i suoi demoni e le sue paure. Il coinvolgimento è totale e, improvvisamente, senza volerlo, come in una specie di osmosi, ci ritroviamo a essere nei panni dei protagonisti, a essere Lou. I suoi drammi, le sue paure, le sue fragilità, le sue bassezze, le sue meschinità e le sue incertezze diventano improvvisamente le nostre. Ci costringe a scavare nelle nostre coscienze, effettuando a nostra volta un’autoanalisi spietata, perché in fondo in ognuno di noi potrebbe esserci uno dei suoi protagonisti.

Berlino viene scelta come città simbolo della divisione e della decadenza. I due protagonisti, Jim e Caroline, sono una coppia di tossici americani trapiantati a Berlino, dove conducono una vita misera e degradata che, inevitabilmente, sfocerà nella tragedia. Caroline morirà suicida, dopo che le sono stati tolti i figli per condotta immorale.

A impreziosire il tutto una band di musicisti eccezionali. Uno su tutti? Jack Bruce che, affascinato dalle liriche e totalmente coinvolto dall’opera, curerà particolarmente il suo lavoro regalandoci capolavori come la linea di basso di “Men of Good fortune”.

Nella prima traccia – “Berlin” – la sensazione che percepiamo è di rimpianto per qualcosa di meraviglioso che è andato perduto, distrutto per sempre, e l’accompagnamento musicale del solo pianoforte rende, se possibile ancora più palpabile, un tono greve di acuta malinconia.

Questa la splendida versione di Lou Reed & John Cale registrata “at the Bataclan in Paris” nel 1972.

“Lady Day”, un chiaro riferimento alla sfortunata cantante jazz Billie Holiday, morta prematuramente per abuso di droghe e alcol, la cui figura è utilizzata, metaforicamente, in relazione alla protagonista Caroline, facendo già presagire il tragico epilogo della vicenda.

“Men Of Good Fortune” è un’amara riflessione sull’influenza che la ricchezza e la povertà esercitano sul comportamento degli esseri umani “Men of good fortune often wish that they could die. While men of poor beginnings want what they have and to get it they’ll die”.

In “Caroline Says Part 1” conosciamo, attraverso il resoconto in forma indiretta del narratore, le parole della protagonista, nella quale possiamo riconoscere, con la definizione “Germanic Queen”, il prototipo di molte delle figure femminili che hanno rivestito un ruolo importante nella vita di Lou Reed: dalla madre, con la quale aveva sempre avuto un rapporto conflittuale, ad alcune delle sue compagne, glaciali, inflessibili, che dovevano mostrare un’umiliante superiorità nei confronti del maschio.

In “How Do You Think If Feels”, il brano più autobiografico di tutto l’album, ciò che più ci colpisce è la sua paura di dormire – retaggio probabilmente della serie di elettroshock (all’epoca una terapia molto utilizzata) cui i suoi genitori lo obbligarono a sottoporsi da adolescente, per essere “curato dall’omosessualità” – e dove, tristemente, pone alla sua donna una serie di domande retoriche, da cui sa già che non otterrà risposta essendo certo di non essere capito e anzi, molto probabilmente, la ritiene responsabile del proprio stato d’animo.

Questa sorta di morbosa autoanalisi prosegue con “Oh Jim”, brano nel quale si attribuisce, sia come artista sia come uomo, alcuni tratti tutt’altro che esaltanti, tracciando un bilancio fortemente negativo della propria vita e con “Caroline Says Part 2”, la cui la protagonista, la “Gelida Alaska” – che possiamo anche interpretare come una duplice proiezione di se stesso, imputato e accusatore, vittima e aguzzino – rivolge a Jim delle terribili accuse di violenza e in cui la morte già si affaccia in modo inquietante “it so cold in Alaska”.

Il brano “The Kids”, così straziante, se non altro per il pianto dei bambini, ci descrive la squallida situazione familiare in cui vive la coppia, e il risentimento di Jim nei confronti di Caroline è totale e senza rimorso – tanto da essere felice che le siano stati portati via i bambini senza minimamente preoccuparsi di loro – anche se non capiamo, sino a che punto, le accuse verso la propria compagna siano fondate.

In “The Bed” l’irreparabile è già avvenuto e quando tutto il rancore accumulato sembra essersi stemperato con il suicidio di Caroline, Jim prova una struggente nostalgia per il passato, anche se velata da una sorta di ambigua indifferenza e, in un’atmosfera sognante, quasi spettrale, come un cronista, ci ricorda la persona scomparsa attraverso la descrizione dei luoghi ed elencando, in un pietoso inventario, gli oggetti che le erano appartenuti. Il parallelo fra il suicidio di Caroline e il tentativo di suicidio, realmente avvenuto durante la lavorazione dell’album della moglie di Reed che si tagliò le vene, è agghiacciante, anche se, a differenza del personaggio, sua moglie fortunatamente sopravvisse.

L’album si chiude con quel capolavoro musicale che è la classicheggiante “Sad Song”, cinico epitaffio con cui Reed si autoassolve, alleggerendosi la coscienza dal peso di poter essere responsabile del suicidio della sua compagna (“I’m gonna stop wasting time, somebody else would have broken both of her arms”).

Berlin

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...