Verso mezzanotte

“Lavorare con Thelonious Monk ha voluto dire essere al fianco di un architetto musicale di altissima classe…” (John Coltrane)

La figura di Thelonious Monk (1917-1982) è da sempre tra le più misteriose e controverse del jazz e della musica in genere. Per molti è un genio eccentrico per altri un uomo mentalmente disturbato, musicista primitivo e naïf. Io credo che sia stato prima di tutto un raffinato e rivoluzionario pianista-compositore, pienamente consapevole della propria arte e della propria genialità, determinato a lottare senza compromessi per difendere la sua visione musicale; un individuo sensibile e spiritoso, attentissimo alla realtà sociale. Un’anima capace di vedere la musica come il mezzo per affermare la possibilità di un mondo migliore.

Dotato di uno stile particolare, difettoso se lo si guarda dal punto di vista delle “corrette” regole accademiche. Sembrava quasi che facesse di proposito l’opposto di quello che si insegnava nei Conservatori. Le dita pestavano rigide la tastiera, le mani sembravano anchilosate e la tecnica era approssimativa se non inesistente. Comunque, tutto ciò rendeva ancora più grande e inimitabile la sua genialità. Monk del resto era dotato di un tempo interiore senza eguali e tutta la sua musica il suo suono e soprattutto la sua tecnica sono costantemente al servizio del ritmo. La scelta di rinunciare quasi completamente all’articolazione delle dita (un suicidio per un pianista) nasconde secondo me un’esigenza di natura ritmica e sonora. Spesso Monk abbandonava l’accompagnamento lasciando il solista di turno in trio con contrabbasso e batteria: una pratica divenuta oggi consuetudine ma per quegli anni anomala e sconcertante. Il punto è proprio questo: nella musica molte volte ci sono artisti che hanno una tecnica personale (nel caso di Monk, molto personale). ma se quella tecnica è efficace e raggiunge l’obiettivo, può essere considerata davvero un difetto?

Spesso e volentieri si alzava dal pianoforte e ballava sul palco, oppure gironzolava per il locale e attaccava bottone con gli sconosciuti. Con il tempo le stravaganze peggiorarono: venne buttato fuori dagli alberghi per avere dato in escandescenze, divenne sempre più scostante, conobbe l’onta della prigione e del ricovero in ospedale psichiatrico, tanto che ancora oggi realtà e leggenda si confondono. Dopo un’infanzia di povertà, emigrato con la famiglia dal sud degli Stati Uniti a New York, Monk sentì un immediato richiamo verso la musica, nato dalla strada (“il jazz risuonava ovunque”) e favorito da un talento precoce. “Credo di non potergli insegnare niente,” ammise l’insegnante. “Presto ne saprà più di me.” Con ostinazione, cominciò a farsi un nome nel sottobosco musicale newyorchese, strimpellando ovunque. “Tu prova a dire un posto: io ci ho suonato.”

Euforia e depressione si alternavano a causa di un disturbo bipolare curato male, anzi malissimo. Accanto alla musica sublime c’è, infatti, una vicenda umana toccante che ce lo fa sentire ancora più caro. Quel disturbo bipolare ereditato dal padre lo tormenterà tutta la vita. Fin dall’inizio i medici gli somministrarono la cloropromazina, più nota con il nome commerciale di Thorazine, un antipsicotico per la schizofrenia di cui gli ospedali statali facevano largo uso per la rapidità dell’effetto e la convenienza. Gli effetti collaterali erano molto pesanti: vertigini, sonnolenza, rigidità muscolare. I pazienti avevano l’impressione di vivere con “una coperta gettata sul cervello”. Proprio per questo lo psichiatra che l’ebbe in cura, tale dottor Robert Freymann, lo accompagnò con “dosi di vitamina” per endovena che ne bilanciassero l’effetto sedativo. Nessuno dei pazienti sapeva che il ciarlatano tagliava le vitamine con le anfetamine, alimentando la dipendenza dagli stupefacenti. Non si può sapere quale sia stato l’effetto di questa combinazione sulla malattia di ma sicuramente non lo aiutò. Le crisi divennero più frequenti, le prestazioni altalenanti e il confine tra il modo già ampiamente giocoso che aveva di stare sul palco e il momento in cui perdeva il controllo sempre più labile.

Era diventato il “gran sacerdote del jazz”, un po’ guru e un po’ santone: imprevedibile, obliquo, sfuggente. Quando Monk smise di andare dal dottor Freymann e cominciò una dieta a base di succhi naturali, era troppo tardi. Gli venne diagnosticato uno squilibrio biochimico e cominciò una vana caccia al medico giusto. Non poteva venire lasciato solo (venne sorpreso a girare sotto la neve in pigiama), fu sottoposto a elettroshock.

Nel 1982 un ictus se lo portò via, o forse fu lui ad andarsene. Questione di punti di vista. In fondo, una volta, durante un concerto nel suo locale preferito, il Five Spot, se n’era andato tra un atto e l’altro ed era stato ripescato nei dintorni immobile a fissare la luna. “Ti sei perso?” gli fece il proprietario. “No,” rispose Monk. “È il Five Spot che s’è perso.”

Monk è stato letteralmente un mondo a parte, un artista che seguiva strade inesplorate e inedite. La sua arte è una sorta di labirinto, nel quale è bellissimo perdersi. L’uomo non era da meno: la figura imponente, il corpo massiccio nascondevano una sensibilità rara, fragile e soprattutto preziosa. Era un uomo dai lunghissimi silenzi, interrotti da osservazioni e battute che lasciavano un segno indelebile. Più di ogni altra cosa, era completamente immerso nella sua musica e nel suo mondo. Le sue composizioni più importanti e riuscite riflettono quella sua lontananza e la sua totale indifferenza alle mode, alle soluzioni più banali e sfruttate. Basta ascoltare il suo capolavoro “Round Midnight” per rendersi conto della sua sensibilità, della sua originalità e della bellezza poetica della sua musica che continua a stregarci, a lasciarci senza fiato. Esiste una linea sottile tra oblio e magia che diventa incalzante “verso mezzanotte”.

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