Alchimia e simbologia nel “Flauto magico”

In un teatro popolare, alla periferia di Vienna, il flauto magico sta riscuotendo un successo strepitoso. È l’inverno del 1791, Mozart, l’autore, sta morendo ma ha il cuore pieno di gioia per questo successo e dal letto di dolore segue con la mente l’esecuzione della sua Opera, pagina dopo pagina, dal duetto tra Papageno e Papagena, all’Aria della Regina della notte. Sentite questi nomi: Papageno, Regina della notte… nomi dell’immaginario, nomi da favola.
In effetti il flauto magico è proprio una “favola”.

Perché, verso la fine della vita, Mozart sceglie di musicare una favola? Una scelta che compirà anche Puccini con la Turandot. Io credo che la favola sia il mezzo più immediato e accattivante per farci riflettere sulla realtà. Mozart vuole lasciarci un messaggio, una morale.

Ma vediamo brevemente la storia prima di investigare la simbologia di questa Opera straordinaria.

C’era una volta un giovane che in una notte buia e tempestosa si perde in un bosco. Un serpente mostruoso lo insegue. Dalla paura il poveretto sviene. Fortunatamente per lui, intervengono tre dame che uccidono il serpente. Quando il giovane si risveglia si imbatte in uno strano personaggio, Papageno, l’uccellatore, uno che caccia uccelli nel bosco per intenderci. Papageno vive una vita semplice, non ha particolari pretese se non quella di trovare una compagna. Papageno e il giovane, che si scopre essere il principe Tamino, fanno amicizia.
Tornano le tre dame che lo hanno salvato dal serpente. Si presentano dicendo che lavorano per la Regina della notte che invia un dono al giovane: il ritratto della bellissima figlia Pamina.
Un tuono annuncia l’arrivo della Regina della notte, Astrifiammante, che lamenta il dolore per la scomparsa della figlia. Il messaggio che porta per il giovane principe, è chiaro: “se salverai mia figlia dal potente e maligno demone Sarastro, potrai prenderla in sposa”.
Le tre dame consegnano a Tamino un flauto d’oro e a Papageno uno strumento particolare, un glockenspiel. (Il termine Glockenspiel è una parola tedesca che significa letteralmente suono “Spiel” delle campane “Glocken”. Uno dei più celebri esempi per l’utilizzo di questo particolare strumento è proprio questa Opera).

“Chi ci guiderà al castello, dove è prigioniera Pamina?” chiede Tamino. La risposta è: tre fanciulli dall’alto del cielo (una sorta di tre angioletti).
Tamino e Papageno si mettono così in cammino.

Il primo ad arrivare è proprio Papageno poiché incautamente Tamino si è perso nuovamente nella boscaglia.
E sono due, direte voi…
Già, diciamo che questo principe non è il massimo;)
Papageno vede che Pamina è controllata da un perfido carceriere: Monostrato, servo di Sarastro. Monostrato tenta di approfittare di Pamina ma l’apparizione improvvisa di Papageno lo dissuade facendolo allontanare per un momento. Papageno e Pamina possono così incontrarsi e confidarsi sui loro sogni d’amore.
Intanto nel bosco… per fortuna di Tamino, i tre fanciulli guida appaiono in cielo per guidarlo e riportarlo sulla corretta via per il castello, dove è imprigionata Pamina.
Arrivato al castello si trova davanti una sorta di Tempio con tre grandi portali. Lì, Tamino incontra un sacerdote che gli spiega la verità su Sarastro. Non è lui il malvagio demone ma bensì la Regina della Notte. Sarastro, uomo giusto e saggio, ha fatto rapire Pamina per sottrarla (colpo di scena) alle influenze maligne di sua madre. “Ma dove è ora? È viva?” chiede Tamino. Alla risposta affermativa, si rincuora e per la gioia estrae il suo flauto d’oro.

Intanto Pamina che era sfuggita per un attimo dalle grinfie di Monostrato, viene ricatturata. Papageno che era con lei per disperazione inizia a suonare i campanelli d’argento del suo strumento. Magia. Monostrato e i suoi uomini si mettono a ballare. Quando finisce l’incantesimo il carceriere riprende però Pamina e la conduce da Sarastro. Poco dopo viene catturato anche Tamino.
Così, al cospetto di Sarastro, Tamino e Pamina si incontrano per la prima volta, innamorandosi a prima vista. Monostrato che ha insidiato Pamina viene punito e frustato. Si palesa la bontà di Sarastro. Prima di coronare il loro sogno d’amore però Tamino dovrà dimostrare di essere pronto ad amarla veramente, sottoponendosi a delle prove. Prove speciali di purificazione. Solo superandole potrà vedere la luce e sposare Pamina. Anche il compagno Papageno sarà chiamato ad affrontare le stesse prove.
Prima prova è il silenzio: “forte è l’uomo che sa quando parlare.”
I due dovranno resistere alle tre dame tentatrici inviate dalla Regina della notte per invogliarli a parlare.
Mentre la prova è in corso, da un altro lato del castello, Monostrato infastidisce ancora Pamina chiedendole almeno un bacio. La Regina della notte interviene salvando la figlia dalle attenzioni dell’uomo. Ma la sua venuta nasconde un tremendo ricatto: pretende che Pamina uccida Sarastro offrendogli anche l’arma. Pamina si rifiuta. “Non una parola” replica dura la Regina della notte. “Se non lo fai non sarai più mia figlia e sarai dimenticata da tutti.”

Una scena accompagnata dalla famosa “Aria della Regina della Notte” unanimemente considerata una delle vette del virtuosismo canoro.

Ribolle lava nel mio nero cuore! / E la vendetta, e la vendetta brucia dentro me! / Se per tua man Sarastro or non muore / Io non vedrò mai più una figlia in te! / A-ah! Io non vedrò nulla in te! / Sarai tu ripudiata, / per sempre abbandonata. / Sarai tu condannata / se non mi ascolterai. / Uccidi quell’uomo, fallo fuori! O mai più mi rivedrai! / Ora va’! Ora tu lo ucciderai / oppur la mia maledizione avrai.


Si tratta di parole terribili; una madre che minaccia la propria figlia maledicendola di non volerla mai più rivedere.

Sembra che la donna perda completamente l’umanità. E la musica racconta proprio questo.
Il raggiungimento delle zone più acute con quei vocalizzi altissimi porta la voce a perdere il proprio timbro umano, assomigliando a uno strumento stridulo e quasi fastidioso.
Una metamorfosi del timbro che nasconde proprio il significato profondo di quest’aria: la perdita di ‘umanità’ della Regina che in quel momento sta pesantemente maledicendo la figlia rescindendo il più naturale dei legami, quello materno.

Ma torniamo alla storia…
Monostrato che ha ascoltato il loro dialogo ricatta Pamina. “Se mi dai il tuo amore ti proteggerò io”. Pamina si rifiuta dicendogli che ha già donato il cuore al giovane Tamino. “Allora morirai!” Ma Sarastro lo ferma in tempo.
Tamino incontra nuovamente Pamina. Lei non sa che è ancora in corso la prova del silenzio. Vedendo che non risponde alle sue domande, crede di non essere più amata e pensa al suicidio. Fortunatamente, viene avvertita dai tre fanciulli che la incoraggiano a non compiere il gesto.
Pamina ora ha la forza di aspettare che Tamino possa superare tutte le tre prove.
Dopo aver superato la prima prova ora Tamino e Papageno devono affrontare le altre due: quella del fuoco e dell’acqua.
Le superano grazie all’ausilio dei loro magici strumenti.
Tamino e Pamina si possono finalmente sposare. Anche a Papageno tocca un premio. Suonando i campanelli magici fa apparire una vecchietta che si trasforma nella bella colombina Papagena, un essere in tutto e per tutto simile a lui, la perfetta compagna. Famoso il duetto in cui, finalmente insieme, pensano di mettere su famiglia e di avere molti figli.

Nonostante tutto stia andando per il verso giusto, la Regina della notte e Monostrato tramano ancora contro la felicità e la pace di tutti. Un provvidenziale terremoto farà, però, inabissare questi personaggi oscuri per sempre. Pamina e Tamino vengono accolti nel Regno della Luce, governato da Sarastro che celebra la vittoria della luce sulle tenebre, del Bene sul Male.

E ora veniamo alla simbologia dell’Opera.
Concepita come itinerario ideale, percorso alla ricerca della Verità, l’Opera può essere vista come un percorso di iniziazione massonica. Mozart aveva aderito alla Massoneria fin dal 1785 trovando negli ideali di libertà, fratellanza, uguaglianza una non secondaria fonte di ispirazione.
Il significato simbolico, alchemico, del Flauto Magico, si rivela fin dall’inizio, dai primi accordi della Ouverture.
I tre squilli di tutta l’orchestra farebbero riferimento ai tre colpi di chi bussa alla porta del Tempio della Luce. In tal senso la vicenda che vede il principe Tamino superare diverse prove ha origine fin dalla introduzione strumentale. Nulla è lasciato al caso. Le prove, i vari personaggi, le ambientazioni… tutto riporta a elementi alchemici evidenti.
Arrivato al tempio di Sarastro, Tamino varca la porta della luce. Un sacerdote, con voce tranquilla e suadente, gli chiede: “Straniero dove pensi di andare? Che cosa cerchi in questo Tempio?”. Tamino risponde con orgoglio: “Il seggio dell’amore e della virtù”. “Parole degne di una mente elevata”, dice il sacerdote, “ma come speri di raggiungere amore e virtù quando sei guidato da sentimenti di vendetta e di sdegno”. “È vero”, ammette Tamino, “ma i miei sentimenti di vendetta e di sdegno sono rivolti contro un empio”. A questo punto una serena e significativa risposta del sacerdote: “Una tale persona non troveresti mai tra noi”, e Tamino subito chiede: “Non è qui che regna Sarastro?”. “Si, Sarastro qui regna”, e ancora Tamino chiede: “Regna egli proprio in questo Tempio?”, ed alla risposta affermativa del sacerdote, Tamino conclude che: “Dunque anche qui la virtù è mendace”, e quindi tutto ciò che appare all’esterno è falso.
Il sacerdote, mentre Tamino fa cenno di voler andare via, gli chiede se per caso non sia un po’ precipitoso nel giudicare; gli dice di spiegarsi meglio e di riflettere se per caso non sia egli stesso, Tamino, in errore.
Superfluo sottolineare l’alto valore morale ed il significato etico dello scontro tra l’ardore di Tamino e la saggezza del sacerdote. La contrapposizione tra i due personaggi è esaltata genialmente dalla musica di Mozart che raggiunge in questo brano una delle più alte vette della sua efficacia psicologica; mai come in questo punto Mozart si rivela perfetto conoscitore dell’animo umano e dei suoi moti più segreti.
La scena prosegue con Tamino che chiede se Sarastro sia il suo re e, avuta risposta affermativa, dice di non voler sapere oltre, dato che per lui Sarastro è il rapitore di Pamina, essendo stato accusato di tale delitto proprio dalla madre di Pamina, la Regina della notte.
Il sacerdote continua a chiedere a Tamino perché egli odi tanto Sarastro, e Tamino risponde che proprio il pianto disperato di una madre prova che Sarastro è un tiranno disumano. E allora il sacerdote deride Tamino dicendo che forse è stato un po’ ingenuo a fidarsi del “pianto femminile” ed aggiunge che si augura che lo stesso Sarastro possa spiegare personalmente a Tamino come effettivamente stanno le cose.
Ma Tamino replica che se Sarastro ha rapito Pamina dal seno di sua madre egli è senz’altro un perfido tiranno.
Al che il sacerdote ammette: è vero, Sarastro ha rapito Pamina; e Tamino di rimando: dimmi dove si nasconde; è mio dovere caro figlio, dice il sacerdote, osservare e tacere.
Come si vede il conflitto è sempre tra ciò che appare e ciò che effettivamente è la realtà. Tamino cerca la verità, vuole perseguire il suo ideale di giustizia e liberare Pamina. Sarastro appare come un tiranno crudele che ha rapito la fanciulla, il sacerdote si nasconde dietro il silenzio ed intende osservare le reazioni di Tamino. A questo punto Tamino si pone la domanda che sintetizza il più alto valore simbolico: “O eterna notte, quando ti allontanerai? Quando i miei occhi potranno vedere la Luce?”.
E qui Mozart affida la risposta al coro che solennemente dice: “Presto, presto giovane, o mai!”.
Siamo al punto focale del simbolismo massonico che chiede silenzio e umiltà davanti ad eventi non facilmente comprensibili e nello stesso tempo affida più al sentimento, all’intuizione dell’iniziato la possibilità di penetrare il segreto della realtà. Tamino potrà conoscere la verità soltanto se saprà pazientare, osservare, valutare appieno il significato delle cose, esercitare su se stesso la volontà di capire, tacere, attendere e infine liberarsi dal pregiudizio, dall’ira, dalla facile condanna di ciò che altri pretendono di denunziare e giungere al cuore delle cose attraverso la propria coscienza.

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