Il lato oscuro

L’inconoscibile è ciò che più di ogni altra cosa ci fa paura ma, allo stesso tempo, ci affascina e stimola la nostra curiosità. Emblema dell’ignoto è la morte, il punto fermo dopo la vita, che può portarci inquietudine interiore, depressione e alienazione o, se sorretta da un forte “credo” più o meno religioso, può darci serenità e pace  nell’affrontare la vita quotidiana. Comunque la si pensi e la si viva, il senso del viaggio che siamo chiamati a compiere in questa vita e l’orizzonte che vedremo dopo, è rappresentato dai pensieri che più ci assillano. Rappresentare tutto questo in musica sembra impossibile. Eppure i Pink Floyd l’hanno fatto, dando alla luce quel lavoro magistrale che ancora oggi rimane una delle pietre miliari della musica di tutti i tempi: The Dark Side of the moon. La storia di una vita – della nostra vita – dal primo respiro fino alla sua conclusione, passando attraverso le paure, le ossessioni e i disagi che la segnano in maniera così profonda e incisiva. “Dark Side of the Moon” è, infatti, una magnifica escursione in musica e parole sul lato oscuro dell’anima, che dalla nascita alla morte ci accompagna, condiziona e minaccia le nostre esistenze individuali e collettive. E’ una musica che entra in noi, fa vibrare la nostra pelle e il nostro corpo fino a parlare alla nostra anima: ci parla di vita e di morte e del terrore che entrambi i concetti spesso infliggono a noi, poveri esseri umani. Parla di alienazione, del sentirsi stretti in una società che viaggia su parametri che non condividiamo, dell’istinto di fuga che, spesso, è fuga mentale e non fisica. “Il lato oscuro della luna” è in ognuno di noi e la sua presenza angosciante è la nostra stessa ombra. Io e molti di voi, sulle note di questo disco, abbiamo sognato; abbiamo guardato il cielo stellato, sentendoci schiacciati dalla grandezza dell’universo; abbiamo pianto e gridato, trasportati in un mondo diverso, magari oltre l’infinito, in un’altra galassia… alla ricerca di qualcosa che durasse magari meno di una vita normale, ma fosse più forte, più intenso, più profondo. Tutto ha inizio con un cuore che comincia a battere e una voce… “I’ve always been mad, I know I’ve been mad, like the most of us…very hard to explain why you’re mad, even if you’re not mad…” Sono sempre stato matto. Io so di essere stato matto, come lo è la maggior parte di noi. È veramente difficile spiegare perché sei matto, anche se non lo sei. … poi i rumori della nostra umanità, dispersi nella realtà quotidiana. Un folle ride divertito davanti al nostro agitarci senza senso. Sarà lui il vero folle o siamo noi? Respiriamo, senza paura… tutto ciò che tocchiamo, tutto ciò che vediamo è vita. Ma il tempo scorre via veloce nella corsa di ogni giorno, e, giorno dopo giorno, la vita stessa fugge. Ci rimettiamo in corsa di nuovo, forse per non pensare al “non senso” del nostro procedere, con suoni che sembrano inseguirci. Aerei a bassa quota, la voce di un altoparlante, passi di corsa, respiri ansimanti. Corriamo, corriamo veloci… perdere tempo non ci è permesso, la vita è un lampo! Gli elicotteri che continuano a sorvolare la nostra testa si abbassano pericolosamente su di noi. Cosa vogliono? Sembrano volerci ricordare di “Cogliere l’attimo!”. L’uomo folle ci osserva e continua a ridere di noi. Un’esplosione, un boato mentre continua la nostra corsa. Cerchiamo una via d’uscita, una via di fuga. Le risposte che vorremmo non arrivano. E mentre il boato si affievolisce ecco che arriva il suono di orologi, con il loro ticchettio sembrano voler contare i momenti delle nostre giornata annoiate. Quanto tempo sprechiamo senza cogliere l’attimo, senza vivere il presente, troppo occupati a pensare al passato e al futuro. La musica piange sui nostri desideri e sui nostri incubi, ci consola e ci culla per poi farci sprofondare nuovamente nell’angoscia. Il pianoforte comincia, dolcissimo, a disegnare in cielo il grande carro che lo attraversa. Giorno e notte, vita e morte, luce e oscurità sono facce della stessa luna. Quant’è breve e assurda la nostra esistenza. Il male del mondo, quello che ci distacca dal nostro vero “io” è in agguato. Eccoli… i soldi ai quali sacrifichiamo la nostra essenza. I nostri pensieri nel “come accumularli” sono pensieri perduti che ci deviano da altri pensieri più profondi. L’alienato, il pazzo, si avvicina. È accanto a noi, è dentro di noi, nella nostra testa. Ci ritroviamo immersi in una realtà senza passato e senza futuro, dove la luce del sole tenta di donarci serenità. Ma il sole stesso rimane coperto dalla luna… Questo non vuol dire che il sole non possa brillare. Basta scegliere la strada della luce e non quella dell’oscurità.
La canzone che più mi colpisce di questo album è sicuramente “The Great Gig in the Sky”. Il brano prende forma in modo pacato e leggero. Poi d’improvviso una voce esclama: “non ho paura di morire, in qualsiasi momento, non mi importa. Perché dovrei avere paura della morte? Non vi sarebbe alcuna ragione, prima o poi si deve andare”. La serenità delle prime note è come una preparazione psicologica a ciò che di sconvolgente sta per accadere. La voce è quella di Clare Torry. Un urlo liberatorio quasi a voler significare che la morte è vicina ma non è così terribile come tutti credono. Clare era una semplice studentessa di liceo nei lontani anni 70′. Alan Parsons la notò e le propose di cantare qualcosa con alcuni musicisti, i Pink Floyd. Questi stavano lavorando a un album negli studi di Abbey Road, a Londra. Clare, contenta e quasi stupita, accettò e una bella domenica si presentò agli studios. I ragazzi del gruppo sembravano annoiati e rassegnati alla rutine della giornata. Solo uno di loro, un certo Wright, autore del brano, si dava un gran da fare. Clare chiese che cosa dovesse fare e Wright le disse semplicemente: ”Canta qualcosa su questa musica, fa in modo che la gente pensi alla morte o qualcosa del genere”. Clare chiese: “ma le parole?” ”Beh, niente parole, fingi di essere una chitarra”. E così fece Clare. Dopo pochi attimi fu conquistata dalla musica. Quando finì il brano lei uscì fuori in lacrime, pensando di avere fatto una pessima figura. Si scusò, imbarazzata, per la performance, mentre il gruppo e tutti i presenti rimasero stupefatti per quell’improvvisazione. “The Great Gig in the Sky” offre agli ascoltatori più sensibili una via di fuga dalla quotidianità, dalla monotonia, dalla staticità per liberarsi dai condizionamenti negativi che la mente produce e per vivere un’esperienza mistica carica di pathos emotivo. Questa la mia cover al pianoforte:

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