Schumann: amore, genio e follia

Una storia avvincente, quella di Schumann. L’amore tormentato con Clara, il tentato suicidio nelle acque del Reno, la follia e l’esperienza dell’ospedale psichiatrico potrebbero disegnare un soggetto perfetto per un film su questo straordinario artista romantico. Qualsiasi cosa scrivesse o pensasse sembrava provenire da un altro mondo, più bello, più drammatico, più magico del nostro. Sin dalla prima infanzia sono due le passioni che Robert coltiva: la letteratura e la musica. Da una parte, il padre (libraio ed editore, lo guida nei meandri più reconditi del romanzo e della poesia, dall’altra, la madre (abile pianista) lo avvicina alla bellezza della musica. Si nutre con autentica passione di letteratura e poesia: Byron, Tieck, Novalis e soprattutto Jean Paul Richter, entrano a far parte della cerchia di autori che ama leggere e rileggere più volte. Nei racconti fantastici di Richter, Schumann ritrova proprio se stesso e l’indissolubile fusione tra sogno e realtà, che trasfigura avvenimenti privi d’interesse, in storie intriganti e fantastiche. La natura è il terzo elemento, dopo la musica e la letteratura, che formerà la sua vita e la sua musica. In essa, tutte le opposizioni si conciliano, raggiungendo un’armonia che lui, nella sua interiorità non riuscirà mai a trovare completamente. Il contatto con la natura è per lui vitale. La ammira e forse la invidia per riuscire a sintetizzare forze contrapposte.

Interessante e implacabile l’autoritratto che Schumann traccia di sé. “Talento per molte cose, nessuno per altre. Temperamento malinconico. Senso artistico: attitudine a provare sentimenti molto più che a osservare; nei giudizi è più soggettivo che oggettivo. L’emozione gli è più propria che non lo sforzo. Per capire le cose, preferisce abbandonarsi al suo istinto, anziché riflettere. La sua intelligenza è più astratta che pratica. La sua immaginazione è robusta, rivolta all’interno, ma cerca spesso la sua ispirazione al di fuori. Quest’uomo, che possiede sagacia, senso artistico, ottima memoria e scarsa ironia, è votato più all’arte che non alla speculazione. Come uomo si distingue per il gusto, il tatto, per la forza di spirito, l’amabilità, le doti artistiche. Quando vuole piacere, sa piacere. Fermo con i forti, è distaccato con i mediocri, ama burlarsi di loro, ma sa anche tenerseli legati. Non è geniale. La lotta gli è estranea, inoltre preferisce sognare in silenzio. E’ religioso senza religione. Ama gli esseri e non teme il Destino. Vorrei dipingere il suo animo, ma ahimè, non lo conosco completamente: è infatti circondato da un velo impenetrabile, che solo gli anni potranno scoprire (…)”

La musica, intanto, diviene l’unica ragione di vita! In essa egli s’isola completamente dal mondo esterno: “Esco poco, tanto sono disgustato dalla meschineria e dalla grettezza delle idee di questo mondo egoista! – scrive – Cos’è questo mondo abitato dagli uomini? Un immenso cimitero di sogni vani, un campo di morte, un giardino piantato con cipressi e salici piangenti, un caleidoscopio muto con figure in lacrime”. La scelta di dedicarsi completamente alla musica avverrà in età avanzata. Deve decidere: da un lato la solida professione borghese, quella giuridica, per la quale però non sente alcun particolare trasporto; dall’altro, l’avventura musicale. Schumann decide per la strada più “rischiosa”, ma che sente decisamente più affine: la musica. Comunica la sua scelta in una lettera alla madre. “Tutta la mia vita è stata una lotta durata vent’anni, tra poesia e musica; nella vita pratica, come nell’arte, ho avuto per sostegno il più alto degli ideali. Quest’ideale consisteva appunto in un lavoro pratico e nella speranza di lottare con successo in una vasta sfera di attività. Ma che speranze d’avvenire ci sono in Sassonia per un povero diavolo, senza protezioni, né grandi ricchezze, alieno dall’onore inveterato per la mendicità avvocatesca e il gusto per la lotta, indispensabile per guadagnare qualche soldo? (…) Se resto fedele alla musica, bisogna senz’altro che lasci Heidelberg per ritornare a Lipsia. Lì ritroverò Wieck che gode di tutta la mia fiducia, che mi conosce e che può valutare le mie forze; egli potrebbe finire di perfezionarmi. Più tardi bisognerebbe che passassi un anno a Vienna per studiare, se fosse possibile, con Moscheles. Ti renderai conto che questa lettera è la più importante di quante ne abbia mai scritte e che mai più scriverò. Esamina dunque la mia preghiera, senza serbarmi rancore, e dammi una risposta prestissimo; non c’è più tempo da perdere.”

Sembrerà assurdo ma se il dito anulare della mano destra di Schumann avesse funzionato a dovere forse non avremmo avuto alcuni capolavori che hanno segnato la storia della musica. Perché? Perché la composizione, mettiamola così, per Robert Schumann era solo un ripiego. Un modo per non buttare al vento anni di studio. Quelli fatti con il maestro più in voga nel 1830, Friedrich Wieck, padre di quella Clara che nel 1840, vinte le ritrosie della famiglia di lei, sposerà. Un modo per riscattare una carriera costretta troppo presto ad uno stop. La carriera di pianista. Quella che il musicista sognava sin da ragazzo quando si appassionò alla musica ascoltando la madre che dava lezioni di piano. Stregato dal virtuosismo del pianista praghese Moscheles e da quello del violinista Paganini, sognò di diventare un virtuoso della tecnica. Per ore ed ore eseguiva al piano complicatissimi esercizi che avrebbero dovuto rafforzare e, al tempo stesso, sciogliere le dita. Impaziente di bruciare le tappe ebbe la stramba idea, per assicurare l’indipendenza del quarto dito (l’anulare), di lavorare con il medio della mano destra tenuto immobile da una fasciatura. Infatti, uno dei segreti della tecnica pianistica, è l’assoluta uguaglianza fra tutte le dita, risultato difficile e faticoso da raggiungere, dato che l’anulare e il mignolo sono di natura e per struttura decisamente meno agili e più deboli delle altre dita. Il metodo escogitato e praticato da Schumann consisteva nel tenere fasciato il dito meno agile, per costringerne i muscoli, durante il lavoro alla tastiera, a uno sforzo supplementare, tale da favorirne l’irrobustimento. Ma accadde un fatto inaspettato e grave: l’applicazione eccessiva e massacrante di questo sistema gli procurò una distorsione e la successiva paralisi di alcune dita della mano destra. Solo dopo alcuni mesi Schumann poté di nuovo suonare il pianoforte, ma in maniera imperfetta, essendo compromesso irrimediabilmente l’uso ottimale di alcune dita della mano destra. Risultato catastrofico: il dito si paralizzò. Nella speranza di guarire si sottopose a snervanti trattamenti. Quando comprese che il dito sarebbe rimasto paralizzato cadde in una angosciata depressione.

Certo, se quel dito fosse tornato al suo posto, si sarebbe dovuta trovare un’altra figura di riferimento per il Romanticismo musicale. Perché, mano al pentagramma, Schumann tracciò una strada sulla quale si incamminarono poi i vari Chopin, Liszt, Mendelssohn. Grazie a Schumann scopriamo che un musicista può essere anche un critico musicale, in grado quindi non solo di creare musica, ma anche di saperla valutare con obiettività̀ su riviste specializzate. Schumann, infatti, fu un ottimo recensore, in grado, ad esempio, di valutare positivamente il talento del coetaneo Chopin quando ancora gli altri critici del tempo non riuscivano ad afferrarne il valore.

IL SUO ANGELO ISPIRATORE

“Non desidero niente di più che un pianoforte e te accanto”. Robert e Clara Schumann. I grandi dell’Arte sono (secondo un inossidabile mito romantico) celebri per le loro eccentricità. Robert Schumann apparentemente non fa eccezione: permeato dall’anelito febbrile di Jean Paul Richter fin dall’adolescenza, il musicista alterna per tutta la vita momenti di euforia ad altri di profonda depressione fino a terminare i suoi giorni in una casa di cura per alienati mentali. Tutto secondo l’ormai consunto cliché dell’artista divorato dal suo stesso “demone”, preda delle sue fantasie che divengono ossessioni. Unica oasi di pace: lei, l’Amata, l’Unica. Clara. Figlia di Friedrich Wieck (insegnante di pianoforte di Schumann) e di nove anni più giovane di Robert, la ragazza dimostra straordinarie e precocissime doti musicali: compone e, soprattutto, padroneggia la tecnica pianistica in modo strabiliante. L’amore tra i due attraversa molti momenti difficili dovuti alla differenza di età e alla feroce opposizione del padre di Clara che diffida della stabilità e delle possibilità economiche del pretendente. Sentite cosa scrive a Clara, bloccata a Dresda: “La tua immagine radiosa si libra al di sopra di queste tenebre e mi aiuta a sopportare tutti i miei dolori (…) Tuo padre ritirerà forse la mano, quando gli domanderò la sua benedizione? E’ probabile che avremo molto da fare, molto da spianare, prima di giungere alla felicità, ma ho fiducia nel nostro buon genio. E’ il destino che ci ha segnati, affinché possiamo essere l’uno dell’altra. Io lo sapevo da tempo, solamente non mi ero ancora sentito abbastanza audace per confessarti i miei sentimenti ed essere compreso da te.” Il travaglio amoroso diventa per Robert fonte di ispirazione. Nascono in questo periodo (1833-1840) pagine tra le più strabilianti del pianismo ottocentesco: i “Dieci improvvisi su un tema di Clara Wieck” op.5, le “Davidsbündlertänze” op. 6 (ancora ispirate a un tema di Clara), il “Carnaval” op. 9 (in cui, tra le varie maschere, compare anche l’impetuosa, appassionata “Chiarina”) e la Sonata op. 11 che a Clara è esplicitamente dedicata. In realtà l’elenco dovrebbe comprendere la quasi totalità delle composizioni schumanniane a partire dal 1835. Clara diviene infatti il fulcro dell’immaginazione poetica di Robert, il punto da cui partire e la meta a cui tendere. Attraverso un artificio crittografico Schumann escogita addirittura una sequenza di note che, in tutta la sua produzione, sarà simbolo della moglie. Così l’amore per colei che sarà la compagna della sua vita penetra le più intime fibre dell’arte schumanniana rendendo vera (al di là di ogni metafora) la frase di Robert per cui “la […] immagine [di Clara] si libra al di sopra di queste tenebre [la perenne instabilità psichica e l’ostilità di Wieck] e mi aiuta a sopportare tutti i miei dolori”. Dal canto suo Clara annota il 12 settembre 1840, giorno del suo matrimonio e vigilia del suo ventunesimo compleanno: “Che posso dire di questo giorno? Alle dieci, il matrimonio venne celebrato […]. Tutto il mio essere era pieno di riconoscenza per Colui che, attraverso tanti scogli e rocce, ci ha guidato l’una verso l’altro. L’ardente preghiera che Gli ho rivolto fu quella di conservarmi il mio Robert per lunghi, lunghi anni. Ah! Il solo pensiero che potrei perderlo, ora ch’egli viene a me, mi fa smarrire la ragione. Il Cielo mi protegga da tale sciagura, che non sopporterei! […] Fu una bella giornata. Anche il sole, ch’era nascosto da alcuni giorni, diffuse su noi al mattino, quando ci recammo alla cerimonia, i suoi miti raggi, quasi volesse benedire la nostra unione. Nulla venne a turbarci durante la giornata, che io annoto in questo libro come la più bella e la più importante della mia vita.”

La sua storia di musicista va di pari passo con quella d’amore, nata e cresciuta in casa del sua maestro di pianoforte: Friedrich Wieck. Fu infatti nel 1835, all’età di 25 anni, che Robert e Clara Wieck, figlia del suo maestro, scoprirono di amarsi. La loro storia d’amore, di una sincerità inverosimile, ci viene raccontata attraverso il loro diario intimo e le testimonianze di chi li conobbe. Rivelano la passione reciproca del compositore romantico di 22 anni e la geniale e affascinante fanciulla di 13 anni. Clara, pianista talentuosa, tanto da diventare in futuro una delle maggiori rappresentanti del pianismo romantico. Lui ne rimase colpito: era già una grande pianista. Insieme facevano grandi passeggiate, parlavano, si confidano; lei era affascinata dal suo carisma. Sempre più uniti, felicemente complici nel loro raccontarsi, iniziarono a fare i conti con la sofferenza del distacco. Clara, da promessa del pianismo tedesco, era diventata una certezza. La carriera le imponeva concerti in giro per la Germania, periodi sempre più lunghi e frequenti di lontananza. La sofferenza per il distacco veniva attenuata dalle note che Robert componeva pensando a lei. L’unico modo che ha un musicista per sentire la presenza dell’amata: scrivere pagine e pagine di musica pianistica, dettate dall’amore, dal bisogno di evocare, attraverso la musica, la presenza di lei. Clara era il suo angelo ispiratore, e lo sarebbe stato per sempre. I distacchi diventavano sempre più frequenti e lunghi, Robert continuava a comporre pensando a lei, finché, dopo una lunga assenza, si rividero. Lei aveva 16 anni, era meravigliosa, non più la ragazzina ribelle e selvaggia conosciuta 3 anni prima. Lo iniziò a vedere con gli occhi di donna, consapevole del proprio sentimento, cresciuto e maturato. Si dichiararono il loro amore, ma era solo l’inizio di un periodo tormentato. Saranno cinque anni molto contrastati dal padre di lei, anni anche fecondi della carriera di Schumann.

Fu proprio durante un’assenza del suo maestro, che accompagnava Clara in una giro di concerti, che Robert pensò stupidamente di migliorare la sua tecnica con lo stratagemma ci cui abbiamo parlato prima, che lo costringerà a rinunciare per sempre alla carriera pianistica. Fu un trauma e un dolore che contribuirono a minare le già precarie condizioni psichiche. Fu però l’occasione per indurlo a dedicarsi completamente alla composizione. L’incontro con Clara fece intravedere in lei un’altra parte di se stesso, quel pianista che egli stesso avrebbe potuto diventare se non fosse intervenuto quell’assurdo infortunio. Clara iniziò ad inserire, sempre più spesso nei sui programmi da concerto la musica di Robert, un modo per sfuggire alla sorveglianza del padre, di sfuggire la sua ostilità. Friederich si opponeva al matrimonio con violenza e caparbietà. Egli non aveva fiducia nell’avvenire di Schumann perché ne conosceva il genio, ma ne temeva l’irrequietezza. In più non voleva che Clara si sposasse, essendo una delle pianiste più famose del momento e aveva appena iniziato una carriera che si preannunciava splendente. Il matrimonio e i figli non avrebbero potuto che nuocerle, magari spazzandone il meraviglioso avvenire. L’odio del professor Wieck non era tanto per Robert, ma per chiunque aspirasse alla mano della figlia e pertanto era un odio violento e disperato, capace delle peggiori azioni, pur di raggiungere lo scopo. Iniziarono così lunghi anni di tormento, durante i quali Wieck provava di tutto, dalla persuasione alla forza, alla denuncia, alla maldicenza, pur di separare i due innamorati. Clara però era forte e determinata, di una volontà che non conosce rinunce. Nella lunga, snervante battaglia condotta contro il padre, Clara riuscì a raggiungere i due risultati più ambiti: sposare Robert Schumann e conservare, almeno in parte, l’affetto del padre. Finalmente, dopo che Schumann aveva ottenuto, nel febbraio del 1840 la laurea in filosofia honoris causa all’Università di Jena, le nozze si celebrarono in un sobborgo di Lipsia il 12 settembre 1840. Dal matrimonio nacquero ben 8 figli. Schumann aveva vinto senza neppure combattere: la moglie aveva condotto le trattative mentre lui se ne stava in disparte, vivendo quegli anni difficili nell’unico modo che gli era possibile: componendo. Era stata una vera battaglia perché più volte il vecchio Wieck si era rivolto al tribunale per fermare l’intento dei due innamorati, oltre che diffondere notizie false su Schumann, accusandolo di ubriachezza e di altri vizi ancora peggiori. Proprio questi accessi incredibili di Wieck avevano dato al tribunale le prove della sua malafede e nel 1840 venne emesso un verdetto finalmente favorevole ai due fidanzati. In questo periodo così pieno di sconvolgimenti, sembrerà strano, ma l’arte pianistica di Schumann raggiunse il suo culmine. Tre anni dopo il matrimonio fu chiamato da Mendelsshon ad occupare la cattedra di pianoforte e composizione nel nuovo conservatorio di Lipsia. Come insegnante si rivelò veramente poco capace, tanto che in capo ad un anno lasciò l’impiego. Seguì una tournée in Russia insieme a Clara. Si stabilì successivamente a Dusseldorf, assumendo il posto di direttore d’orchestra, ma nemmeno questa mansione lo soddisfaceva del tutto perché non poteva dedicarsi con tranquillità alla composizione, se non nei momenti sempre più rari di lucidità.

C’è una strana storia che lega, per oltre quarant’anni, Johannes Brahms a Clara Wieck. Una storia complicata anche perché, al momento del loro incontro (1853), Clara è sposata con Robert Schumann. Appena ventenne, Brahms si è presentato a Düsseldorf, a casa del capofila della musica romantica: porta con sé lo spartito di una sonata, chiede consigli, incoraggiamenti. Clara gli appare subito una donna sublime. L’incontro con Robert Schumann è fondamentale per il ventenne Johannes. Robert considera Brahms un vero genio tanto che lo indica sulla rivista da lui fondata come il musicista del futuro. Questo contribuì molto alla fama di Brahms, che dal canto suo ebbe una produzione musicale vasta, legata alla tradizione tedesca, che lo fece contrapporre all’epoca alla nuova musica di Richard Wagner. Poco dopo aver conosciuto gli Schumann, dei quali diviene intimo, Brahms assiste al rapido declino della salute di Robert. Da allora in poi nasce il misterioso legame tra Clara e Johannes. Dopo la morte del marito, nonostante gli otto figli, Clara si dedica interamente alla musica di Robert. Pubblica l’edizione completa della sua opera. Nel 1878 diventa insegnante di pianoforte principale presso il Conservatorio di Francoforte, unica docente donna in una scuola che ammette soltanto uomini. Brahms da parte sua scrive le opere della sua produzione di compositore, segue l’attività concertistica come direttore d’orchestra. Non che non abbia avuto altri amori, soprattutto con il mondo delle cantanti liriche, ma non si sposò mai, e Clara rimase sempre sullo sfondo della sua vita. Molte illazioni sono state fatte su questo legame. Io penso che vi fosse una forte attrazione tra i due ma che non venne mai consumata nel rispetto della figura di Robert che era un caro amico fidato per Brahms e un marito amato per Clara. Entrambi credo che decisero di alimentare quel legame con un profondo sentimento di amicizia che non sfociò però mai in qualcosa che avrebbe inficiato il ricordo e la figura di Schumann. Forse Brahms sublimò le proprie pulsioni in una sorta di dipendenza sentimentale, come un figlio nei confronti di una madre troppo bella, troppo amata. Non vuole, non può prendere il posto del marito e padre che non c’è più, si comporta come uno zio scapolo, un amico di famiglia. La morte di Clara avvenne nel 1896. Brahms muore meno di un anno dopo. Di comune accordo i due, per timore che la loro relazione venisse equivocata, distrussero le loro lettere. Molti anni prima, quasi subito dopo la morte di Robert, Clara nel suo diario scrive una lettera ai suoi figli sul rapporto tra lei e Brahms. Spiega l’importanza di questa persona nella loro vita e li invita a non ascoltare le calunnie sulla loro relazione. Un commentatore inglese scrive: “i moderni biografi si interrogano sulla rozza, irrilevante questione del loro eventuale rapporto sessuale, come se solo i due corpi che si incontrano stabiliscano il grado dell’amore. Ogni volta che ascolto gli Intermezzi di Brahms, invece, io li immagino seduti in un giardino, in una fioritura tardiva di rose, e nere cascate di foglie, lasciando che sia l’orizzonte a parlare per loro, senza permetterci di spiare le loro parole d’amore”.

LA PAZZIA

Beethoven, con i suoi eccessi, è stato un esempio di come depressione ed esaltazione possano coesistere produttivamente se guidate da un principio di forte tensione spirituale. Schumann, invece, pagò a caro prezzo l’incapacità di governare questo dissidio interiore. Schumann aveva sempre avuto fobie e sbalzi d’umore. Appariva profondamente depresso, lamentava anche molti sintomi fobici, comprese le vertigini. Nel 1833 si manifesta la prima grave crisi mentale del compositore. Siamo in settembre e a causa della triste notizia della morte del fratello Julius e della cognata Rosalie, Robert cade in un profondo stato di prostrazione che sfocia poi in una notte drammatica. Ecco a tale proposito cosa scrive nel suo diario: “Ebbi improvvisamente il pensiero più atroce che un uomo possa concepire, il più terribile con il quale il cielo lo possa punire: il pensiero di perdere la ragione. Esso s’impadronì di me con tale violenza che nessuna consolazione, nessuna preghiera, nessuna burla fu efficace a distruggerlo. Quest’angoscia mi seguì ovunque. Il respiro mi mancò a questo pensiero. Allora, in preda ad un’eccitazione spaventosa, corsi in cerca di un medico, confessandogli che spesso smarrisco lo spirito, che non sapevo più come potesse finire quest’angoscia; che in tale stato di suprema eccitazione, ero sul punto di attentare alla mia vita”. La forte crisi depressiva che lo affligge è superata dopo alcuni mesi, arrecandogli, come unica conseguenza, l’invincibile paura per le abitazioni ai piani elevati e per gli oggetti taglienti, avvertiti come atroci e maniacali tentazioni di togliersi la vita. In quei giorni l’idea di lanciarsi dalla finestra lo perseguita costantemente; per tale motivo abbandona l’appartamento al quarto piano per uno, meno “rischioso”, al primo. Temeva anche di essere avvelenato e visse per molti anni con la paura di morire. Aveva imparato a sublimare i sintomi della sua malattia psicologica buttandosi a capofitto nel lavoro. L’umore di Schumann mostrava chiaramente sbalzi ciclici, passando dalla depressione alla più grande euforia e creatività. È difficile datare la comparsa dei disturbi mentali che portarono Schumann al declino e alla morte. A volte sentiva delle «voci interne» che lo spingevano a comporre. In più, l’intensità della sua immaginazione musicale era tale che «la musica era con lui tutto il tempo». Per usare una frase di Berlioz, Schumann era un uomo «ossessionato dalla genialità». Prima della comparsa della malattia che lo portò al tentativo di suicidio, Schumann sviluppò per circa due mesi tutti i sintomi psicotici. Aveva allucinazioni acustiche, nelle quali una nota musicale veniva continuamente suonata nella sua testa; all’inizio questo fenomeno disturbava solo le sue notti, ma alla fine cominciò ad angosciarlo anche durante il giorno. Il delirio psicotico di Schumann, col tempo si intensificò. Diceva a Clara che gli angeli cantavano una meravigliosa melodia, che lui tentava di trascrivere. Clara scriveva che “la sua idea fissa era che gli angeli gli volteggiassero intorno, offrendogli le più gloriose rivelazioni, e tutto con una musica meravigliosa”.

La struttura mentale maniacale di Schumann passò presto dall’esaltazione al terrore. Clara scrisse che le voci «degli angeli» si erano trasformate nelle voci dei demoni, con musica orribile. Gli dicevano che era un peccatore e volevano cacciarlo all’inferno. In breve, le sue condizioni peggiorarono ulteriormente, gridava angosciato che l’incarnazione di tigri e iene piombavano su di lui per afferrarlo. Lo stato di confusione mentale di Schumann divenne di pubblico dominio dopo il tentativo di suicidio compiuto il 27 febbraio 1854. Sofferente per un grave episodio depressivo, Schumann, che all’epoca viveva a Düsseldorf, lasciò la sua casa in veste da camera e pantofole e si avviò verso il Reno. Raggiunto il ponte, si gettò d’improvviso nelle acque gelate. Dopo una dura lotta, alcuni pescatori riuscirono a riportarlo a riva. Schumann venne allontanato dalla sua casa e portato in una clinica per malattie mentali a Endenich, un sobborgo di Bonn. Ancora in stato confusionale, non disse neppure addio alla moglie e alla sua famiglia e accettò passivamente il ricovero. Clara non lo vide più fino al giorno della sua morte, oltre due anni dopo. Nel complesso, Schumann rimase depresso e appartato per tutta la sua degenza in ospedale e non compose nessun altro vero pezzo di musica. Endenich era un istituto mentale privato, di nove acri dove i medici proponevano cure farmaceutiche per la malattia mentale: erbe e droghe. Pensavano che essa fosse il frutto di disturbi circolatori o cerebrali e davano invece scarso peso ai fattori interpersonali ed emotivi. Certamente lo staff medico non diede molta importanza alle difficoltà private della vita del compositore, né lo incoraggiò a comunicare con la sua famiglia. Schumann era molto spaventato e isolato e continuava a sentire le voci. Qualche volta vinceva le paure e chiacchierava con i suoi sorveglianti. Clara riceveva saltuarie informazioni sulla sua salute dagli amici che andavano a trovarlo. Schumann raramente parlava di sua moglie e della sua famiglia, restando isolato da qualunque rapporto interpersonale. In clinica la salute di Schumann seguì all’inizio un corso fluttuante. A volte scriveva lettere affettuose alla moglie e alla famiglia, altre volte il suo comportamento era chiaramente maniacale e patologico. Si lamentava per un problema di linguaggio, una difficoltà ad articolare le parole. Quest’uomo, un tempo tanto brillante, era arrivato al punto di rifiutarsi perfino di mangiare. Nonostante i tentativi dello staff ospedaliero di nutrirlo con la forza o con una sonda nasale, la sua salute continuò inesorabilmente a declinare. Verso la fine, i piedi di Schumann cominciarono a gonfiarsi, probabile sintomo di insufficienza cardiaca dovuta alla grave malnutrizione. Clara visitò Schumann poco prima che morisse e lui la abbracciò con grande fatica. L’indomani Clara gli diede da mangiare, apparentemente con qualche successo, ma nel suo stato deperito l’esito era inevitabile: Schumann morì il 29 giugno 1856.

COSA ASCOLTARE

Inquieto e ricco di fantasia, Schumann ebbe un’estrema mobilità sentimentale, l’incapacità cioè di prolungare fra situazioni diverse un unico e ben determinato stato d’animo. Questa condizione interiore ebbe sostanziali riflessi anche sulle sue opere: infatti all’ampiezza degli schemi classici che presupponevano un’ispirazione tranquilla e ordinata, Schumann preferì forme strumentali libere e brevi (come la fantasia e la romanza), capaci di seguire con più immediatezza il fluttuare dei sentimenti. In questo clima d’immediatezza emozionale, trovano particolare evidenza i “Lieder”, circa 240, spesso riuniti in cicli, dove la melodia, intimamente legata al testo poetico, ha una grande forza di suggestione romantica. Altrettanto significativa è la musica per pianoforte (lo strumento prediletto), in particolare alcune raccolte ricche di spunti drammatici come “Papillons”, “Pezzi fantastici”, “Carnaval”, “Studi sinfonici” e le otto fantasie di “Kreisleriana”. Nella musica sinfonica, emerge il celebre Quartetto con pianoforte in Mi bemolle maggiore op. 47 per pianoforte e orchestra, ricco di una suggestiva tensione romantica. In particolare il terzo movimento (Andante cantabile) fu concepito esplicitamente come un omaggio alla moglie (“E’ il tuo ritratto” confessò Robert a Clara) il brano ci mostra il cuore pulsante del sentimento che legò (e lega ancora, ne sono convinto) i due sposi. Il dolcissimo tema “di Clara” si distende per gran parte della composizione e, pur sottoposto alle più svariate “prove” musicali, resiste ostinatamente e continua a regalarci la sua struggente intensità, il suo bruciante desiderio di unione profonda, duratura, senza fine. E’ una melodia di meravigliosa semplicità che risuona, affidata alternativamente ai quattro strumenti, in un crescendo di contrappunti che ne enfatizzano il carattere profondamente lirico. Con gesto inatteso il finale, pervaso da una luce arcana, sembra pronunciare la risposta all’accorato appello che abbiamo ascoltato, commossi, nell’intero movimento. Dalle brume dell’ultima enunciazione della melodia principale si innalza un misterioso disegno che , dopo una breve peripezia, termina dolcemente in un clima di intima comunione. Con un semplice gesto Robert riesce a portare l’amata Clara là dove il suo cuore desidera e ci restituisce lo stupore di ritrovarsi, oltre le porte dell’Eterno, ancora insieme. Per sempre. Le Scene infantili (Kinderszenen), op. 15, sono brevi, in alcuni casi brevissime, composizioni pianistiche scritte da Robert Schumann nel febbraio del 1838. La n.7 è il sogno, Traumerei. Da non perdere. Ultimo consiglio di ascolto: la Sinfonia N. 3 in Mi bemolle Op.97 (Renana).

 

 

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