Il bambino di vetro

Čajkovskij ( o Tchaikovsky) è stato un uomo con una grande anima sensibile. E la vita può essere difficile per chi ha dei sentimenti troppo profondi. Troppo gentile e troppo debole verso gli altri, amava la solitudine, il paesaggio sereno e silente della sua Russia innevata. Quando era costretto ad allontanarsi dal suo Paese, per promuovere le sue Opere, viveva un vero e proprio trauma. Come traumatizzanti erano i suoi concerti. Era a disagio quando doveva esporsi. Amava i momenti di socialità ma questi rappresentavano appunto “momenti” nella sua quotidiana e solitaria esistenza. Situazioni che peraltro avrebbe voluto vivere esclusivamente come parentesi ludiche e non come esami. Odiava il giudizio altrui. Ne era angosciato tanto da soffrire di piccole fobie accentuate dalla sua spiccata timidezza. Ci credereste che era solito sorreggersi, con la mano sinistra, il capo mentre dirigeva, per paura che la testa si staccasse dal collo?

Un uomo di bell’aspetto, elegante, un genio della musica… eppure tutto questo non lo aiuterà a combattere la sua insicurezza. Temeva il giudizio del pubblico ma anche quello degli orchestrali. A volte dopo aver diretto una sua Opera scappava dalla Russia per non leggere commenti ed eventuali critiche. L’amore per il suo Paese lo riporterà, però, ogni volta, velocemente indietro. Soffriva profondamente la lontananza da casa tanto da definirla: “l’angoscia peggiore a questo mondo”.

Amava passeggiare almeno due ore al giorno per gustare, in silenzio, le bellezze della natura, i particolari che per la “massa” sarebbero apparsi insignificanti. Un signore d’animo e di cuore… di altri tempi, diremmo oggi. Ma il problema era che anche a quel tempo era completamente scollegato dalla realtà che lo circondava. Impreparato al mondo, ai rapporti interpersonali, troverà un sollievo rifugiandosi, come vedremo, nei mondi immaginari delle sue composizioni e in particolare dei suoi Balletti.

Sensibilità profondamente empatica, Čajkovskij era capace di soffrire per le vicende lette in un romanzo tanto che se ravvisava una somiglianza del protagonista della storia con qualche suo amico subito scriveva a quest’ultimo una lettera dura con la quale lo rimproverava del suo comportamento. Un aneddoto che per molti potrebbe essere visto come un chiaro segnale di una persona disturbata. Io dico invece che ci racconta una profonda sensibilità. Tutto era troppo per lui. Se vinceva a carte si deprimeva perché pensava agli sconfitti. Era terrorizzato dal temporale, dai fantasmi. Amava i cani ma non ne voleva accanto uno per paura poi di non saper comprendere il suo linguaggio e le sue eventuali richieste di aiuto.

Ma come si è formata questa sensibilità, questa paura della sofferenza?

La sua governante francese, Fanny, lo chiamava “bambino di vetro”, per la sua fragilità e sensibilità. Dopo un primo periodo felice dell’infanzia, quando il padre perderà il lavoro, cambierà tutto. Inizieranno una serie di tragedie e di separazioni che lo segneranno profondamente. Sarà costretto ad allontanarsi dalla famiglia. Vivrà la triste e traumatica esperienza del collegio fino alla tragica circostanza, dalle conseguenze incalcolabili, avvenuta nel giugno del 1854: la morte dell’adorata madre a seguito di un’epidemia di colera. Lo stesso musicista scriverà nel 1878: «Ogni momento di quel giorno spaventoso è vivido in me come fosse ieri». È singolare che il compositore russo concluda la propria esistenza a causa della stessa malattia (se si accetta la versione ufficiale della sua morte,) anche se a quel tempo il colera era “di casa” in Russia.

Non pensava alla musica tanto che all’inizio intraprese una carriera da funzionario ministeriale. Solo intorno ai 20 anni si avvicinerà alla musica entrando nel Conservatorio di San Pietroburgo aperto da A. Rubinstein. Personaggio dalla logica contorta, nella sua vita niente mai è semplice. “Ieri non vedevo l’ora che servissero il pranzo. Dopo pranzo aspettavo con impazienza che venisse l’ora della passeggiata. Mentre camminavo avevo voglia di tè. Dopo il tè volevo che la luna sorgesse. Rimpianti per il passato, speranze per il futuro, sempre scontento del presente: questa è la mia vita.”

Uomo imprevedibile! Una volta un baritono che cantava in una delle suo opere voleva che scrivesse una nuova Aria per lui. Questi invece non voleva. Mentre era a casa sentì il baritono presentarsi alla porta. Il suo fidato maggiordomo Aleksej mentì dicendo che il padrone era fuori, ma il cantante annunciò che voleva aspettarlo. Panico. Čajkovskij si tuffò sotto il divano appena in tempo ma il baritono rimase nel salotto per tre lunghe ore. Ma la cosa assurda è che dopo questa pantomima Čajkovskij scrisse subito l’Aria.

 PASSIONI SINGOLARI

La signora Nadezhda von Meck entrò nella sua vita quanto era ancora povero. La signora von Meck aveva 45 anni ed era la vedova del costruttore, e proprietario, delle due prime linee ferroviarie russe. Dopo la morte del marito, che le aveva lasciato una fortuna colossale e dodici figli, cercò consolazione nella musica, che amava appassionatamente: prese quindi al proprio servizio il giovanissimo Debussy per avere sempre un pianista presso di sé, e divenne la mecenate di Čajkovskij. Ricca sola e triste questa signora fu la sua finanziatrice ma anche molto di più… tra i due, infatti, crebbe un legame profondo, distruttivo e assurdo. Andavano in vacanza insieme, soggiornavano nelle stesse dimore ma decisero di non incontrarsi mai. Vi starete chiedendo come facessero? Lo facevano in tempi diversi o sbirciandosi da dietro dei cespugli o attraverso i vetri di una finestra. Facevano di tutto per essere il più vicini possibile e allo stesso modo non volevano vedersi di persona forse per paura che quella magia svanisse. Una sola volta, per sbaglio ovviamente, i loro sguardi si incrociarono in un parco. Possiamo solo immaginare il loro imbarazzo. La von Meck amava la musica di Čajkovskij. Ne era incantata: “Voglio singhiozzare, voglio morire, anelo un’altra vita. Vita, morte, felicità, dolore si mescolano tutti. Voglio librarmi nell’aria sopra la terra.”

Čajkovskij fu commosso da tanto entusiasmo, da tanta empatia. Per lui rappresentò sempre la sua amica del cuore, la sua confidente. Per la signora, Čajkovskij rappresentò sempre molto di più, cosa che alla fine portò la donna, ormai stanca di vivere quell’amore “strano”, a uscire improvvisamente dalla sua vita, quando economicamente, peraltro, Čajkovskij non avrebbe più avuto bisogno di lei. Un’uscita di scena improvvisa, immotivata ai suoi occhi, che lo ferì profondamente. Čajkovskij le dedicò la quarta Sinfonia, la sua prima, grande Sinfonia, di cui parlò sempre come “la nostra Sinfonia”. La dedica diceva: “alla mia migliore amica”. Modest, il fratello minore di Čajkovskij, in merito a quella separazione, scrisse: né il trionfo americano né quello della Dama di Picche (l’altra sua Opera oltre a Eugene Onegin ) alleviarono quella ferita.

Un’amicizia strana ma che almeno nei primi anni era riuscita a riempiere di serenità la vita del maestro. Cosa che non si può dire per il matrimonio con Antonina, una bellissima e sensuale studentessa di pianoforte al conservatorio di Mosca. Non si sa perché Čajkovskij accetto di sposarla. Molti dicono che avesse paura che venisse allo scoperto la sua omosessualità e che decise pertanto di crearsi una sorta di “copertura sociale”. Sicuramente questo aspetto può aver giocato un ruolo non indifferente ma io credo che la vera ragione vada ricercata proprio nella sua “malata” sensibilità. Proprio in quei giorni aveva cominciato a scrivere la sua Opera più celebre “Eugene Onegin”. Il protagonista ha un carattere freddo e scontante. Ignora crudelmente l’amore di un’innocente fanciulla. Čajkovskij si convinse che se avesse respinto Antonina si sarebbe comportato proprio come il protagonista della sua Opera. Questa interpretazione potrebbe risultare assurda ma a voler ben guardare le sfumature del suo carattere, vi renderete conto che poi, calata nella sensibilità del maestro, potrebbe essere stata davvero la spinta ufficiale che lo portò ad accettare quelle nozze. Una dimostrazione è il nesso tra biografia e Opera. Il 1877 è sia l’anno di Eugene Onegin e sia l’anno del suo matrimonio. Un caso? Io non credo. Una scelta che, comunque, gli si girerà contro. Si troverà in una prigione che lui stesso si era costruito tanto che il matrimonio non durò più di poche settimane.

LA LEGGENDA DELLA MORTE

Sulla morte dei geni nascono spesso leggende che tendono a mitizzare gli eventi. Cosi il sentimento popolare si è interrogato sulle cause della scomparsa prematura di Mozart, della sordità e delle stranezze di Beethoven e della discussa morte di Čajkovskij.

Čajkovskij è morto di colera asiatico o si è tolto la vita?

Non ci si dovrebbe stupire… il male oscuro ha distrutto l’esistenza di Schumann e lo ha visto fra le sbarre di un manicomio. La depressione, la malinconia del vivere, ha coinvolto persino Rossini, Berlioz, Mahler, Bruckner e tanti protagonisti della musica moderna. Nella primavera del 1893 Čajkovskij scrive la sesta Sinfonia che sarà chiamata Patetica. È un’opera rivelatrice e conclusiva, tutta centrata sulle lotte dell’esistenza che trovano il loro epilogo nella morte. Nove giorni dopo la sua prima rappresentazione Čajkovskij muore. Una morte che, ancora oggi, resta avvolta dal mistero. La verità potrebbe stare in alcune pagine del quarto movimento della Sinfonia Patetica, pagine che Čajkovskij avrebbe eliminato. È proprio il quarto movimento, il cuore della Sinfonia. Dopo il trionfo del terzo movimento, che sembra in realtà il finale della sinfonia, il quarto “Adagio Lamentoso” esprime tristezza e amarezza ma anche una preghiera, che finisce con la totale delusione dell’uomo che decide che la vita non è più per lui. Questa è la versione più poetica della sua morte e quella in cui personalmente voglio credere. Il desiderio di suicidio come fuga da una realtà che non riusciva ad accettare era comparso precocemente e lo aveva accompagnato per tutta la vita. Per la prima volta aveva pensato al gesto estremo nel 1850: aveva dieci anni e si riteneva colpevole di aver contagiato la scarlattina a un suo amichetto che ne era morto. Come si può immaginare, chi ha la tendenza al suicidio non ha sempre ragioni oggettive per farlo: molto più spesso si tratta di ragioni soggettive e inspiegabili. Del resto per tutta la vita Čajkovskij aveva versato fiumi di lacrime per ragioni apparentemente futili. Per onor di cronaca riporto però anche un’altra versione che motiva il suicidio del maestro non tanto con la depressione ma con un intrigo di palazzo. Grazie a nuove ricerche, a ricordi personali e a un’attenta valutazione degli eventi, la morte di Čajkovskij è stata ricostruita per merito della musicologa russa Aleksandra Orlova secondo la quale la vicenda personale di Čajkovskij è strettamente legata a quella del duca Stenbok-Fermor. Il duca, seccato dalle attenzioni che Čajkovskij aveva nei confronti di un suo giovane nipote, scrisse una lettera a Jacobi, alto esponente della burocrazia russa, affinché recapitasse le sue accuse allo zar. Čajkovskij venne minacciato di essere condannato alla perdita dei diritti, all’esilio in Siberia e alla inevitabile disgrazia sociale. In più veniva messa in cattiva luce la scuola, il Conservatorio dove aveva insegnato, i vecchi studenti, i compagni e gli amici. Per evitare che lo scandalo diventasse di dominio pubblico, Jacobi formò una corte d’onore composta da otto persone. Dopo cinque ore di accese discussioni Čajkovskij uscì dallo studio con fare incerto e vacillante e si diresse a casa. Quando tutti uscirono Jacobi si liberò rivelando tutto alla moglie, che intanto aveva ben origliato, con la promessa del silenzio perpetuo. Fu la moglie di Jacobi che nel 1913, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Čajkovskij, riportò alla Orlova tutto l’intrigo. I vecchi compagni erano giunti alla decisione che l’unica via di uscita per evitare lo scandalo alla scuola, a lui e alla sua stessa famiglia fosse quella di uccidersi: Čajkovskij promise di rispettare la loro decisione. Il 31 ottobre Čajkovskij ricevette da Auguste Gerke suo ex compagno di scuola il “veleno”. Passò i successivi due giorni normalmente e il 2 novembre, all’ora di pranzo prese il “veleno”. Rifiutò l’intervento del medico per tutto il giorno favorendo l’azione del veleno. Spirò il 6 novembre. Alessandro III, lo zar, venuto a conoscenza della sua morte disse: “abbiamo molti duchi e baroni ma soltanto un Čajkovskij”.

MUSICA PER EMOZIONARSI

La sua musica è musica emozionale, per gli ascoltatori capaci di versare lacrime. Si è talvolta rimproverato a Čajkovskij di non essere “abbastanza russo” nella sua musica. Eppure ogni sua nota rivela la grande anima russa. Musica che affonda in quelle radici ma affronta anche il mondo occidentale, le influenze che vengono da fuori. Una contaminazione che determinerà uno stile originalissimo. Lui, infatti, era contemporaneamente dentro e fuori quella tradizione. Negli ultimi anni dell’800’ c’era il Gruppo dei Cinque (nome con cui è noto in Italia un gruppo di compositori classici russi non professionisti, capeggiati da Milij Balakirev, che a partire dal 1860 diedero vita a San Pietroburgo ad una tradizione musicale russa, sganciata quanto più possibile dalla tradizione musicale dell’Occidente europeo) che sosteneva la rinascita della tradizione popolare russa. Čajkovskij era “fuori” perché componeva in chiave occidentale e “dentro” perché al di là delle sue chiavi compositive, la sua musica, restava russa. Rispetto al gruppo…. rimase legato a un mondo meno popolare, più elegante e cosmopolita. Era un artista internazionale ma legato alle tradizioni. È più colta di quella del gruppo dei Cinque, e tuttavia la distanza che separa Čajkovskij da questi esponenti non è così grande. “Io sono russo, russo fino al midollo delle ossa” scriveva al fratello Modest.”Perché dunque un semplice paesaggio russo, una passeggiata attraverso i campi, la foresta o la steppa, la sera, mi toccano al punto da costringermi a stendermi al suolo, lasciandomi pervadere da un torpore, da uno slancio d’amore per la natura, da questa atmosfera inebriante, di un’inesprimibile dolcezza, che mi avvolge, e che viene dalla foresta, dalla steppa, dal ruscello, dal villaggio lontano, dall’umile chiesa di campagna; in una parola, da tutto ciò che costituisce il modesto ornamento del mio paese natale?”. Gli idoli musicali di Čajkovskij erano Mozart, Glinka, Schumann, Saint-Saens, Gounod, Bizet e L. Delibes. Di fatto proprio Čajkovskij, appassionato ammiratore di Glinka ebbe a scrivere: “Tutta la nostra musica russa è contenuta in Kamarinskaia di Glinka, così come la futura quercia è contenuta in una ghianda”. Come i Cinque, ma in modo più universale, preparò la “sintesi” della fine del XIX secolo: quella sintesi che doveva generare da un lato Scriabin e Rachmaninov, dall’altro Stravinskij e Prokofiev. Adorava Schumann, perché credeva di essere anch’egli vittima del “fato” (la parola è di Schumann): “…una forza del destino che ci impedisce di essere felici; veglia gelosamente perché la nostra gioia e serenità non siano mai pure; pende sulle nostre teste come la spada di Damocle e ci istilla inesorabilmente un lento veleno nell’anima…”. Questa breve citazione contiene in sostanza il programma dell’opera di Čajkovskij: il “fato” è, effettivamente, il grande tema, che sta alla base delle sue partiture liriche e sinfoniche. Le tre ultime Sinfonie non sono altro che un’evocazione della lotta dell’uomo contro il destino, ove quest’ultimo è sempre il vincitore.

LA PATETICA

Sinfonia n. 6 in Si minore, op. 74 (1893), dominata da un programma enigmatico, forse intimamente collegato agli ultimi sentimenti di vita di Čajkovskij e perfino alla sua morte misteriosa, che, dopo l’appassionato movimento d’apertura e il successivo, etereo valzer, ci getta nella tragedia e nell’angoscia fino alle lacrime dell’ultimo movimento. Particolarmente rilevanti alcune dichiarazioni dello stesso autore in merito alla sua ultima sinfonia: «ho in essa riposto tutta la mia anima», ed essa è penetrata da un carattere che resterà per chiunque altro un enigma». “Durante i miei viaggi ho avuto l’idea di un’altra sinfonia, stavolta una sinfonia a programma, ma con un programma che dovrà rimanere un mistero per chiunque – che provino a indovinarlo!”. Così, in una lettera, Čajkovskij per la prima volta faceva riferimento alla sua sesta Sinfonia. Lui solo, probabilmente, era cosciente del fatto che quella sarebbe stata anche la sua ultima composizione. Nove giorni dopo la prima, nell’ottobre del 1893, a San Pietroburgo, moriva. E quella sinfonia, entrata nella storia con il nome di Patetica, scelto dall’autore su suggerimento del fratello Modest (divenuto nel tempo una sorta di agente del fratello, poi primo biografo e censore delle sue migliaia di lettere), non solo è diventata una delle più note pagine musicali del mondo, ma anche lo sfondo di un grande mistero, quello della morte di Čajkovskij. Forse lui stesso, affascinato dalla musica di Mozart più che da quella di chiunque altro, meditò di imitarne anche l’ultima vicenda biografica, che costituisce un altro affascinante mistero del mondo musicale. A sedici anni ascolta per la prima volta il Don Giovanni di Mozart: è un colpo di fulmine, un’assoluta rivelazione del proprio destino per la musica: «A Mozart sono debitore della mia vita dedicata alla musica». Mozart che morì a trentacinque anni lasciando incompiuta una delle sue più suggestive opere, il Requiem. Di Mozart si disse fosse stato avvelenato dal suo più anziano collega, Antonio Salieri, che ne invidiava il successo. Quel Requiem, di cui s’ignorava all’epoca il committente, sarebbe stato richiesto da Salieri sotto mentite spoglie in una squisita vendetta finale. Una bella pagina romanzesca non a caso amata soprattutto dai russi: fu Aleksandr Puškin il primo a renderla nota nel suo dramma Mozart e Salieri (1830), poi Nikolaj Rimskij-Korsakov la mise in musica nel 1898, cinque anni dopo la morte di Čajkovskij; Peter Schaffer la portò a Londra trasformandola in un successo teatrale negli anni Settanta e Milos Forman, nel 1984, con Amadeus, la fece sbarcare a Hollywood. La Patetica era, per Čajkovskij, il suo Requiem. Se non lo disse forse esplicitamente, lo chiarì a se stesso annotando il programma di massima su un foglio: “Il motivo sotterraneo è la Vita, con la sua antitesi in essa connaturata: il primo movimento è soltanto passione, fiducia, slancio vitale; il secondo movimento raffigura l’amore; il terzo la fine delle illusioni per l’incalzare minaccioso delle forze del male; il quarto è la Morte, cioè l’annientamento della Vita”. Le sconcertanti battute iniziali del primo movimento, introdotte dal fagotto e dai contrabbassi, ritornano infatti nelle ultime note, che imitano un cuore che pian piano si spegne.

LE STAGIONI

Le stagioni, Op. 37a (1876), 12 pezzi ispirati a tenerissima e sognante malinconia. Da ascoltare in particolare la composizione dedicata all’autunno. Un altro ascolto d’obbligo è sicuramente il Concerto per Piano e Orchestra No. 1 in Si bemolle minore, Op. 23 e la struggente Op. 40, No. 2 (Chanson Triste). Vi raccomando l’ascolto delle interpretazioni di Lev Oborin.

I BALLETTI

I balletti accompagnano interamente la sua vita matura. Il “lago dei cigni” è composto a 36 anni e l’ultimo “lo Schiaccianoci” lo compone poco prima di morire. Negli ultimi venti anni della sua vita compone queste favole per immergersi in un rifugio sempre desiderato. Un rifugio per un uomo che nella vita pratica aveva non pochi problemi. Fugge in questi mondi ideali dove il balletto stesso non è altro che un’idealizzazione del corpo umano. Se ci pensate la ballerina che danza sulle punte è un tentativo di sottrarsi dalla forza di gravità e quindi dalla realtà delle cose e delle leggi che governano la nostra esistenza. I balletti rappresentano anche una caratteristica dell’animo russo. Un animo portato sempre verso l’incanto, verso un mondo fiabesco che peraltro può essere visto osservano le guglie della Basilica di San Basilio, sulla Piazza Rossa a Mosca.

IL LAGO DEI CIGNI
In un parco di fronte al castello, il principe Siegfried festeggia coi gli amici il suo compleanno. Si avvicinano dei contadini per porgergli gli auguri e lo intrattengono con le loro danze. Giunge la regina madre, che esorta il figlio a trovare una sposa tra le ragazze che lei ha invitato al ballo del giorno dopo. Ormai è quasi buio, uno stormo di cigni appare nel cielo. Il principe Siegfried e i suoi amici decidono di andare a caccia, e imbracciato l’arco s’inoltrano nella foresta. Appare il secondo tema del cigno, più precisamente della “fanciulla cigno”. Sulle acque di un lago nuotano i cigni, in realtà bellissime fanciulle stregate dal malvagio Rothbart, che possono assumere forma umana solo la notte. Siegfried e i suoi amici li contemplano sotto la luce della luna. I cacciatori prendono la mira, ma proprio in quel momento i cigni si trasformano in fanciulle. La loro regina, Odette, narra al principe la loro triste storia, e spiega che solo una promessa di matrimonio fatta in punto di morte potrà sciogliere l’incantesimo che le tiene prigioniere. Siegfried, incantato dalla bellezza di Odette, la implora di prendere parte al ballo del giorno dopo, in cui egli dovrà scegliere una sposa. È l’alba, e le fanciulle vengono nuovamente trasformate in cigni. Nella sala da ballo del castello entrano gli invitati, accolti da Siegfried e dalla regina madre. Iniziano i festeggiamenti. Gli squilli di tromba annunciano l’arrivo delle sei ragazze aspiranti pretendenti del principe. Siegfried si rifiuta di scegliere, quand’ecco che uno squillo di tromba annuncia l’arrivo di nuovi ospiti. Si tratta del mago Rothbart e della figlia Odile che, grazie al padre, ha assunto l’aspetto di Odette. L’intento del mago è quello di far innamorare Siegfried di Odile, in modo da mantenere per sempre Odette in suo potere. La musica espone il tema del fato, e il motivo della “fanciulla cigno” suggerisce la somiglianza tra Odette e Odile, che il pubblico può comunque distinguere dal costume, che nel caso di Odile è nero. Con il suo fascino, Odile è riuscita a sedurre Siegfried, che la presenta a sua madre come futura sposa. Rothbart esultante si trasforma in una civetta e fugge dal castello, che piomba nell’oscurità fra l’orrore degli invitati. Siegfried, resosi conto dell’inganno, scorge la vera Odette attraverso un’arcata del castello, e disperato si precipita nella notte alla ricerca della fanciulla Odette, morente, piange il destino crudele che la attende. Siegfried arriva da lei tentando di salvarla, ma una tempesta si abbatte sul lago e le sue acque inghiottono i due amanti. Finita la bufera, le anime dei due si riuniscono in un’apoteosi celeste.

LO SCHIACCIANOCI
La storia si svolge più o meno alla fine dell’ 800. È la Vigilia di Natale e Clara, festeggia l’evento assieme alla sua famiglia. Suo padre dà una grande festa a cui invita anche “zio” Drosselmeyer, un simpatico fabbricante di giocattoli. Durante la festa, Clara trova uno schiaccianoci di legno portato proprio dallo zio, la giovane ne chiede spiegazione al giocattolaio, il quale le racconta una meravigliosa e triste storia sulla vera natura di quel “principe da bambola”: lo schiaccianoci in realtà non è altro che suo nipote Hans, trasformato per vendetta da Topo-Regina. Sebbene quest’ultima sia ormai morta, l’incantesimo continuerà ad imprigionare Hans nelle sembianze di uno schiaccianoci sinché il giovane non distruggerà il Topo-Re, figlio superstite della crudele Topo-Regina, e non verrà incoronato sovrano del Paese delle Bambole insieme ad una gentile fanciulla che lo saprà amare a dispetto del suo aspetto. Quella stessa notte, quando ormai tutti dormono, Clara, scende nel salone di casa per rimirare lo schiaccianoci. In quel momento però “zio” Drosselmeyer, nelle vesti di mago-fantasma, dà vita a tutte le bambole di Clara, schiaccianoci compreso, perché combattano contro Topo-Re e i topi suoi sudditi, giunti sin lì proprio per distruggere lo schiaccianoci. Sebbene la lotta sembri volgere a favore delle bambole, l’intervento di Clara sarà determinante per salvare la vita allo schiaccianoci, caduto in un tranello del re dei topi. Clara tuttavia perde conoscenza a causa di una caduta accidentale e il giorno successivo nessuno sembra credere alla sua storia, fuorché “zio” Drosselmeyer che tuttavia non ammette nulla esplicitamente. Quella stessa notte il Topo-Re, che ha svegliato Clara proprio nella sua stanza, sfida a singolar duello lo schiaccianoci. Ancora una volta quest’ultimo sarà messo alle strette dalle sleali astuzie del topo, ma stavolta a salvarlo sarà Pantalone, un coraggioso soldato-giocattolo. Purtroppo il nobile gesto costerà caro al veterano che verrà ferito dal Topo-Re. Alla fine del duello lo schiaccianoci avrà la meglio e il corpo del re dei topi sembra cadere morto. Non resta altro da fare che incoronare lo schiaccianoci “Principe delle Bambole” e per farlo bisogna andare nel regno di queste ultime, attraverso una porta magica all’interno di un castello-carillon. Clara, complice la magia di “zio” Drosselmeyer, diventa piccola quanto i suoi amici e può accompagnarli in questo viaggio. Dopo un volo a dorso di cigno, Clara e lo schiaccianoci giungono in un castello di dolci, dove lo schiaccianoci è acclamato principe dai suoi sudditi. Questi allora, dopo aver danzato con Clara, le dichiara il suo amore e le chiede di essere la sua principessa. Sebbene innamorata, però, la giovane rifiuta: il suo posto non è tra le bambole, ma con la sua famiglia nel mondo degli esseri umani. A quelle parole tutte le bambole, lo schiaccianoci compreso, s’irrigidiscono e perdono vita. Clara, disperata, prova a motivare le sue ragioni e, sebbene lo schiaccianoci sembri comprenderla, nulla può ormai fermare la “magia della normalità” che riporta le bambole alla loro mera condizione di fantocci inanimati. Proprio allora compare il Topo-Re, ferito a morte, ma giunto sin lì deciso quanto meno ad uccidere Clara prima di morire. Lo schiaccianoci, ormai senza vita, non può aiutare la sua amata. Clara e il Topo-Re alla fine precipitano da un balcone del palazzo, ma mentre la prima riesce ad aggrapparsi alla ringhiera e a salvarsi, il secondo invece precipita nel mare e muore definitivamente. Le bambole del palazzo e lo schiaccianoci spariscono e Clara, che continua ad invocare inutilmente il suo amato, viene a sua volta circondata dalla nebbia per poi svegliarsi all’improvviso nel suo letto quando il sole è ormai alto. Confusa perché non sa spiegarsi se l’avventura vissuta sia solo un sogno, la fanciulla corre alla bottega di “zio” Drosselmeyer, decisa ad ottenere finalmente delle spiegazioni. Qui però Clara incontra Hans, ormai tornato umano, il quale la saluta come se fossero vecchi amici e lei, ricambiando, lo saluta con l’appellativo di “schiaccianoci”.

Tra le composizione dedicate alle bellezze del creato, ho scelto il brano dedicato al mese di Ottobre.

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