Il musicista gastronomo

Curioso destino quello di Gioachino Rossini, uno dei compositori più geniali di ogni tempo, uno dei pochissimi per il quale il paragone con Mozart non è irriverente. Innanzitutto per la precocità e, secondariamente, per la capacità di scandagliare l’animo umano nelle sue zone più nascoste.

La complessità della figura di Rossini è unica, sospesa com’era tra la storia e l’aneddotica. Il musicista pesarese era un proverbiale pigrone, dedito soprattutto al cibo, ma allo stesso tempo compositore dai ritmi frenetici, capace di sfornare un’Opera in poche settimane. Diffidava del nuovo, del progresso. Divertente a tal proposito un aneddoto che racconta di come decise di dirigersi a Parigi in carrozza piuttosto che prendere il treno. Ma perché questo atteggiamento? Sicuramente era legato a un trauma infantile, alle vicende che avevano coinvolto il padre e che avevano influenzato il giudizio negativo sui nuovi tempi da parte del giovane. Facciamo un passo indietro… Gioachino Rossini, o Gioacchino, all’anagrafe Giovacchino Antonio Rossini nasce a Pesaro. Il padre, fervente sostenitore della Rivoluzione francese, era originario di Lugo (Ravenna) e suonava per professione nella banda cittadina e nelle orchestre locali che appoggiavano le truppe francesi d’occupazione; la madre era nata a Urbino ed era una cantante di discreta bravura. In ragione delle idee politiche del padre, la famiglia Rossini fu costretta a frequenti trasferimenti da una città all’altra tra Emilia e Romagna. Così il giovane Rossini trascorse gli anni della giovinezza o presso la nonna o in viaggio fra Ravenna, Ferrara e Bologna dove il padre era riparato nel tentativo di sfuggire alla cattura dopo la restaurazione del governo pontificio. Ed è proprio a Bologna che si avvicina alla musica e in particolare allo studio del canto (fu contralto e cantore all’Accademia filarmonica) e della spinetta. Proprio questa continua fuga, a causa delle idee rivoluzionarie del padre, gli deve essere sembrata pericolosa, dannosa, perché di fatto non gli aveva permesso di vivere un’infanzia serena. Personaggio geniale, contraddittorio.

La prima parte della sua vita fu come uno dei suoi celeberrimi e travolgenti crescendo (compose la prima Opera all’età di quattordici anni); poi – come per iniziare una seconda esistenza – vennero il precoce e improvviso abbandono del teatro, la depressione e il ritiro nella pace della campagna. Divenne molto ricco eppure rimase sempre avvolto da un velo di infelicità. Chi lo conosceva lo dipingeva come un depresso. A tutti raccontava di avere tutti i mali delle donne tranne l’utero, una tipica battuta rossiniana che fotografa bene il personaggio. C’era un’amarezza nascosta nel suo animo. Un’amarezza dettata dalla consapevolezza di aver letto l’animo umano come nessun altro. Di aver visto il lato oscuro, malvagio, presente in ciascuno di noi. L’umanità di Rossini, quella che ci racconterà e rappresenterà nelle opere, è dominata dal proprio interesse, da sentimenti bassi. Rossini l’osserva, amareggiato. A volte se ne burla quasi volesse esorcizzare quella visione.

C’è una composizione, in particolare, dove questo aspetto emerge in tutta la sua ironia. “Un petit train de plaisir” è un brano umoristico di Rossini che rappresenta, in note, il viaggio di un treno, la sua tappa in stazione, il deragliamento e il destino delle anime dei passeggeri. La musica segue la storia narrata fino ad arrivare al momento del “Dolore acuto degli ereditieri” rappresentato da una musica festosa, irridente, ironica. Sembra quasi di assistere a una festa, come se Rossini avesse voluto sottolineare il cinismo degli ereditieri in quel momento. Una fotografia della vera natura umana.

Profondamente pigro nel carattere, si racconta che un giorno, mentre era a letto malato, stava scrivendo una partitura. Gli cadde il foglio e per pigrizia ne prese un altro. Piuttosto che alzarsi dal letto, per raccogliere l’Opera iniziata, preferì ricominciare tutto da zero. Un racconto che ci dimostra anche la genialità e la facilita con cui era capace di comporre. Aveva un orecchio interno prodigioso grazie al quale era capace di comporre intere partiture a mente. Ma questo aspetto non ci deve far pensare che fosse solo un improvvisatore di talento agevolato da doti naturali. Era un compositore molto preparato. L’obbedienza alle forme non nascose mai la genialità delle sue composizioni. I “crescendo rossiniani” sono passati alla storia. Ma cosa si intende con questa espressione? Il crescendo rossiniano è una particolare applicazione del “crescendo”. La tecnica consiste nella ripetizione di alcune battute da parte dell’orchestra, nella quale le sezioni di strumenti entrano gradualmente, e nel contempo eseguono un crescendo dinamico. La tecnica, pur non essendo esclusiva di Gioachino Rossini né una sua invenzione, trova in lui il massimo utilizzatore; l’effetto generato nell’ascoltatore è quello di una fretta e di una concitazione crescenti che trasportano vertiginosamente verso l’esplosione del finale. Tra i vari effetti musicali sicuramente è uno dei più coinvolgenti e trasportanti per il pubblico e uno dei metodi più efficaci per scatenare gli applausi. In un mondo che andava verso il romanticismo, il neoclassicismo rossiniano colpiva dritto al cuore.

L’Europa tutta impazziva per le sue opere. Beethoven stesso lo apprezzava molto, tanto da raccomandargli di mettere al mondo altre opere. La grandezza dell’Opera comica di Rossini, che conoscerà i suoi vertici nei titoli più acclamati: “L’Italiana in Algeri” (1813), “Il barbiere di Siviglia” (1816), “La Cenerentola” (1817), al di là dei pregi strettamente musicali, va vista anche nel modo in cui il compositore affronta il genere buffo. Consapevole della grande tradizione dell’Opera buffa napoletana, egli trasforma quelli che erano ormai dei personaggi stereotipati in caratteri umani. Nessuno dei personaggi comici di Rossini è una macchietta, poiché non esiste un’unica angolatura dalla quale osservarli; in essi agiscono sempre i sentimenti, cattivi o buoni che siano. La satira è sicuramente una delle armi più affilate del pesarese, ma in molte delle sue Opere comiche è evidente anche un aspetto malinconico, se non addirittura drammatico: è il caso de “La Cenerentola “ o ancora di più de “La gazza ladra”, Opera che sfiora la tragedia.

Il legame con Pesaro, sua città natale, è ribadito nel testamento, redatto molti anni prima della morte: qui Rossini nomina la città erede universale di tutti i suoi beni, allo scopo di consentire la realizzazione di un istituto per gli studi musicali – il Conservatorio – che da lui ha poi preso nome. Nelle sue opere è sempre stato legato al neoclassicismo piuttosto che all’emergente corrente romantica. Eppure, nel finale dell’Opera Guglielmo Tell, l’Aria “il ciel s’abbella”, decide di dare un piccolo saggio della sua bravura e genialità. È come se avesse voluto dirci che se avesse voluto farlo, sarebbe stato molto bravo nell’interpretare il romanticismo in musica. Un’Aria stupenda che ha inaugurato per anni le trasmissioni della Rai – Radio Televisione Italiana.

L’enorme ricchezza economica accumulata, avallava la sua innata pigrizia e il desiderio, a lungo accarezzato, di dedicarsi a tempo pieno al suo hobby favorito: la cucina. Si racconta che il maestro non riuscisse più a portare a termine le sue opere, perché l’ispirazione era annebbiata da ossessioni culinarie: mentre stava scrivendo a Bologna l’ultima parte dello “Stabat Mater” ricevette la visita di alcuni amici. «Che fai?» E lui, fregandosi la fronte: «Sto cercando motivi, ma non mi vengono in mente che pasticci, tartufi e cose simili!» Pazzo per il cibo? Di sicuro Gioachino Rossini amava definirsi «Pianista di terza classe, ma primo gastronomo dell’universo». Molto forte la sua passione culinaria tanto da essere definito il “musicista gastronomo”. Nel 1816, dopo i fischi ricevuti a Roma alla prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia al Teatro Argentina, comunicando l’accaduto al suo amore, la cantante Isabella Angelica Colbran, Rossini precisava: «Ma ciò che mi interessa ben altrimenti che la musica, cara Angelica, è la scoperta di una nuova insalata della quale mi affretto a inviarti la ricetta». In realtà, anche la questione se il compositore cucinasse veramente o si limitasse soprattutto a godere con le gambe sotto il tavolo, è dubbia. La sua passione culinaria, infatti, non è documentata da fonti, ma affidata a racconti. Una sera, al termine di un concerto, una signora si avvicinò a Rossini che era tra il pubblico. «Maestro, finalmente posso contemplare quel volto geniale che non conoscevo se non nei ritratti. Non si può sbagliare: avete nel cranio proprio il bernoccolo della musica, eccolo là». «E che ve ne pare di quest’altro, signora?» rispose Rossini battendosi il ventre. «Non potete negare che sia ancora più visibile e sviluppato. E infatti il mio vero bernoccolo è quello della gola». Rossini confessava di aver pianto tre volte nella vita: quando gli fischiarono la sua prima Opera, quando sentì suonare Paganini e quando, durante una gita in barca, gli cadde in acqua un tacchino farcito di tartufi. Il musicista gastronomo trascorse buona parte dei suoi secondi quarant’anni a Parigi, come direttore del Théâtre des Italiens. Vi si faceva arrivare mille specialità, direttamente dall’Italia: mortadelle, zamponi e insaccati, formaggi, dolci. E i maccheroni napoletani: amati e desiderati al punto da firmarsi in una lettera a un conoscente, a causa di una spedizione ritardataria, «Gioacchino Rossini. Senza Maccheroni». Non a caso, tra i suoi amici più cari c’era Antonin Carème, lo chef più famoso del secolo, al soldo del barone Rothschild. Nel 1864 proprio il barone gli mandò in dono dell’uva. La risposta fu: «Grazie! La vostra uva è eccellente, ma poco mi piace il vino in pillole». Il barone, capita l’antifona, spedì al maestro un barilotto del suo migliore Chateau-Lafitte. «Dopo il non far nulla, non conosco occupazione per me più deliziosa del mangiare. L’appetito è per lo stomaco ciò che l’amore è per il cuore. Lo stomaco vuoto rappresenta il fagotto o il piccolo flauto in cui brontola il malcontento… lo stomaco pieno è il triangolo del piacere o i cembali della gioia. Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono i quattro atti di questa Opera buffa che si chiama vita e che svanisce come la schiuma di una bottiglia di champagne. Chi la lascia sfuggire senza averne goduto è un pazzo». Questo il suo testamento. Amante del cibo, un vero buongustaio, capace di sfornare ricette arrivate fino ai nostri giorni come “Le Tournedos alla Rossini” inventata durante il suo soggiorno parigino. La parola francese scomposta: “tournez” e “dos” vuol dire letteralmente “fondo schiena”. Per alcuni sarebbe stato il maggiordomo di Rossini a determinare il nome, perché, al fine di mantenerne segreta la procedura, dava le sue finiture voltando sempre la schiena agli invitati. Per altri la nascita del termine sarebbe avvenuta durante un pranzo fatto al Café des Anglais di Parigi. Qui Rossini, consigliando la ricetta allo chef e ricevendo delle sentite rimostranze, fu costretto a rispondere: “et alors, tournez le dos!” (allora, voltate la schiena). Questa la preparazione: far dorare in una padella delle fette di pancarré con del burro; toglierle dal fuoco e tenerle in caldo. Prendere dei filetti di carne, infarinarli e rosolarli a fuoco vivo da ambo le parti; salare e pepare solo al termine della cottura. Sistemare le fette di pane nei piatti da portata, e adagiare su ciascuna un filetto, una fetta di foie gras e una lamella di tartufo. Nella padella di cottura aggiungere a fuoco vivo del Madera, lavorare bene fino a ottenere un composto semidenso; pepare e distribuire la salsa sui piatti. Un’altra delle ricette che Rossini amava di più era l’insalata che aveva personalmente ideato, composta da mostarda, limone, pepe, sale, olio d’oliva e tartufo. Durante la visita di Richard Wagner nella sua villa di Passy, si narra che Rossini si alzò dalla sedia durante la conversazione quattro o cinque volte per poi risedersi pochi minuti dopo. Alla richiesta di spiegazioni da parte di Wagner, Rossini rispose “Pardonne-moi, ma ho sul fuoco una lombata di capriolo. Dev’essere innaffiata di continuo”. Sin da bambino si racconta che avrebbe scelto di fare il chierichetto essenzialmente per poter bere qualche ultima goccia del vino contenuto nelle ampolline della Messa. Ma, lo si capisce facilmente, questa asserzione ha il sapore della leggenda che, nel tempo, si è costruita attorno a un personaggio sicuramente dalle molte sfaccettature e ricco di ironica originalità. Alcune delle frasi che gli vengono attribuite e che, per questo aspetto, meglio lo definiscono sono: “non conosco un lavoro migliore del mangiare”; “per mangiare un tacchino dobbiamo essere almeno in due: io e il tacchino”.

 

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