Paganini non ripete

La vita antica nei Caruggi, il capriccioso intrigo di vicoli tortuosi e ripidi, nella parte vecchia di Genova, dentro i quali il sole non penetra che con rapide e fugaci occhiate e dove la vista del cielo è quasi del tutto preclusa dallo svolazzante candore dei panni, oggi è soffocata dal progresso. Ma c’è un vicolo, il vicolo del Passo di Gattamora, dove nacque, da una modesta famiglia, Paganini (Genova, 27 ottobre 1782 – Nizza, 27 maggio 1840), uno dei più grandi prodigi musicali di ogni tempo. Il padre Antonio faceva imballaggi al porto: un’attività di ripiego, perché in realtà avrebbe sognato di diventare musicista. Un’ossessione che riverserà sul figlio quando intuirà il suo talento. Cercherà di fare di lui ciò che non era riuscito a fare di se stesso. Si racconta che a soli 4 anni Paganini fece notare al padre una stonatura mentre questo suonava il mandolino. Un aneddoto che conferma l’orecchio finissimo del giovane. Nicolò dirà del padre: “non si può facilmente immaginare un padre più severo di lui. Quando non gli sembravo abbastanza diligente mi costringeva, con la fame, a raddoppiare i miei sforzi; così che ebbi molto a patire fisicamente e la mia salute cominciò a risentirne.” Diciamo che Nicolò era già cagionevole di suo ma il padre, implacabile, aggravò sicuramente lo stato psicofisico del ragazzo. La madre era molto preoccupata, si scontrava con il marito ma senza alzare troppo la voce, anch’essa vittima dell’autorità del pater familias. Soffriva in silenzio e pregava.

Davanti al rapporto di odio che si sviluppa con il padre fa da contraltare quello intenso che Paganini ebbe proprio con la madre. Un legame affettivo, profondo. Un rapporto documentato dalla affettuosa sollecitudine con cui Nicolò si interessò sempre delle sue condizioni di salute e provvide alle sue esigenze di vita. Emblematiche anche le tenerissime espressioni che ritroviamo in alcune lettere. In una missiva al cognato si ritrova il curioso superlativo “carissississississississississima” ( con il “ssi” scritto nove volte). Un modo scherzoso ma significativo di esprimere un affetto enorme, illimitato, pieno di tenerezza. Come pieno di tenerezza è un altro documento “la papalina col fiocco”. Dobbiamo fare una premessa, però. In quell’epoca il riscaldamento invernale nelle case era carente e pertanto si usava calzare in testa una berretta denominata appunto “papalina”. Paganini usò per tutta la vita quella che gli avevano confezionato con la stoffa dell’abito nunziale della madre. La portava ovunque.

Iniziò a suonare nelle chiese. A soli 9 anni il suo primo successo. Un curioso aneddoto ci conferma le sue doti prodigiose. Padre e figlio arrivano a Parma, casa di uno dei più famosi violinisti di tutti i tempi: Antonio Rolla. Il padre di Paganini vorrebbe che il Rolla, ascoltando suonare suo figlio, decidesse di istruirlo e seguirlo personalmente. Quando arrivano il Rolla è malato. I familiari esitano a disturbarlo per avvertirlo della visita. In anticamera Nicolò vede lo spartito di un concerto composto proprio da Rolla e si mette a suonarlo a prima vista. Il Rolla, sbalordito, balza giù dal letto e , vedendo il ragazzo tredicenne che suona, gli dice: “io non ti posso insegnar nulla ragazzo, in nome di Dio, va’ da Paer. Qui tu perderesti il tuo tempo senza alcun frutto.”

Dopo un anno di studio a Parma, le bellezze della natura gli ispirarono i famosi “Capricci”. Molti anni dopo dirà, ricordando quel tempo: “Ero entusiasta dello strumento e studiavo senza posa per scoprire posizioni del tutto nuove che dessero sonorità da far stupire la gente”. Qualche anno dopo, gli eventi politici offrirono al giovane Paganini la possibilità di scrivere la “Sonata a Napoleone”, eseguita interamente su una sola corda, che tanta popolarità avrebbe fruttato al giovane genovese. Si racconta che decise di suoanrla una sola corda per raccogliere la sfida che gli venne lanciata dalla principessa Elisa Bonaparte (sorella del famoso Napoleone). Una leggenda è legata a un’altra immortale composizione: “Le streghe”. Secondo tale leggenda, a Benevento, esisteva un noce incantato, intorno al quale, in certe notti, le streghe ballavano i loro sabba infernali. Paganini rimase molto colpito. La sua fantasia ne fu stimolata e nacque la composizione.

Morirà a Nizza davanti a quello stesso mare che sembrò portargli il saluto della sua Genova. Si narra che negli ultimi istanti di vita chiese, per l’ultima volta, il violino. Poi le mani del maestro caddero immobili sullo strumento, immobili, per sempre. La versione ufficiale ci racconta che il vescovo di Nizza si rifiutò di trasportare la salma in luogo consacrato perché Paganini non si era confessato. Ma se non lo aveva fatto era perché era stato colto da un malore improvviso. Intorno a questo evento, però, si accesero subito dicerie e si svilupparono leggende secondo le quali, nel letto di morte, Paganini avrebbe rifiutato consapevolmente l’estrema unzione cattolica. Qualunque sia la verità, venne sepolto, comunque, in terra consacrata, solo molti anni dopo la sua morte. La prima sepoltura avvenne, infatti, su un isolotto (St Ferréol, sita nel piccolo arcipelago di Lérins, dove tuttora esisterebbe una buca denominata Trou de Paganini) davanti alla costa azzurra. La gente terrorizzata raccontava di sentire ogni sera un suono straziante, tanto che decisero di riesumare il corpo e di trasferirlo a Genova e poi a Parma. Una riesumazione che non avvenne immediatamente. Eppure, a distanza di mesi dalla sua morte, quando la cassa venne aperta, la gente vide il volto del violinista intatto. Magia? Negromanzia? Una cosa è certa: Paganini fu un musicista misterioso e per molti aspetti inquietante.

La sua vita non ha nulla da invidiare alla vita delle rock star. Ma questa che voglio raccontare non è la solita storia di sesso e rock perché il rock non era stato ancora inventato. Questa è la storia di Paganini. Non certo piacevole nell’aspetto, riusciva comunque a stregare molte donne grazie alla sua musica e al suo talento. La gente impazziva: capitava che l’orchestra smettesse di suonare e si unisse al pubblico per applaudirlo. Le scene di isteria si moltiplicavano. La folla, dopo l’esibizione, lo seguiva sino all’albergo, mentre le gazzette non potevano sottacere il fascino che esercitava sugli uomini ma soprattutto sulle donne: e tante ne ebbe, anche famose e celebri. Si diceva che Elisa Bonaparte cadesse in svenimento al suonare di Paganini. Si mormorava che anche la sorella Paolina Borghese, già libertina di suo, fosse caduta nella rete del violinista. Il tutto si mischiava a dissolutezze d’ogni sorta – Paganini era, tra l’altro, un affezionato fumatore d’oppio – che certo non scoraggiarono l’attrazione femminile verso di lui. La Gazzetta di Genova scrisse: «Esercita un potere sì magico sugli uomini… Si presenta, si pianta in mezzo solo, e lo diresti un Apollo». Non lo era. Per dirla con Jeanne de Valois, già contessa de La Motte: «Ero affascinata, non vedevo più la sua bruttezza, mi parve d’esser trasportata in un altro mondo». Una vita caratterizzata da continue risse, giochi d’azzardo e sesso sfrenato tanto da ammalarsi di sifilide. Una vita dissoluta, risultato di un’infanzia dura, che lo fa essere un poeta dell’inquietudine con una sensibilità malata. Il padre usava rinchiuderlo in cantina a suonare anche 12 ore il violino senza mai farlo uscire a giocare con i coetanei. Un dettaglio che inciderà sul suo virtuosismo. Se suonava così bene e in modo particolare, infatti, è perché lui stesso era fatto in modo particolare. La natura e l’esercizio ossessivo l’avevano dotato di una struttura ideale. Una spalla più alta dell’altra, perfetta per poggiare lo strumento. Dita lunghe che arrivavano ovunque e braccia disarticolate facevano il resto permettendogli di raggiungere livelli di esecuzione tecnica insuperati. Alcuni medici ipotizzarono che la sua eccezionale lassità dei legamenti, che conferiva alle sue dita una speciale scioltezza (tanto che per alcuni la sua mano dava l’impressione di “un fazzoletto legato in cima a una canna”), fosse legata al morbo di Marphan (un morbo che produce appunto una rilassatezza dei legamenti).“Dio quante sofferenze, quante miserie, quante torture in quelle quattro corde” dirà di lui il grande Listz. Niccolò Paganini è senza ombra di dubbio il più grande violinista della storia, ma non solo.

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Ma il mistero che impregna la sua figura è legato non solo al suo aspetto ma soprattutto al modo in cui riusciva a suonare il violino. Era il più veloce virtuoso di tale strumento. Scrisse composizioni rivoluzionarie. Anche quando suonava cose di altri, come il “Trillo del diavolo”, le reinterpretava reinventandole ogni volta, rendendo ogni esecuzione unica, irripetibile. “Conviene sentire fortemente per far sentire” amava dire. Il “Trillo del diavolo” era tra le composizione preferite di Paganini. Dicono che ogni volta che si suonava succedesse qualcosa di strano. Forse perché il suo compositore, Giuseppe Tartini, diceva di aver composto quel brano mentre dormiva. Nel sogno gli sarebbe apparso il diavolo che avrebbe iniziato a suonare una musica stupenda al violino. Svegliatosi, Tartini la trascrisse così come l’aveva udita in sogno.

PAGANINI NON RIPETE

Tutti conoscono queste parole ormai famose in tutto il mondo, ma pochi sanno quando e dove sono state pronunciate per la prima volta. È il febbraio del 1818 e, al Teatro Carignano di Torino, Niccolò Paganini esegue uno dei suoi straordinari concerti. Tra il pubblico vi è anche Carlo Felice che, in seguito alla performance musicale del compositore, chiede la ripetizione di un brano. Paganini, abituato a improvvisare la sua musica e spesso – forse esagerando – a lesionarsi i polpastrelli (tanto che le sue dita, alla fine dei concerti, erano sempre sanguinanti), decide di recare questo messaggio al futuro re di Savoia: “Paganini non ripete”. Al musicista genovese, in seguito a questo ‘incidente diplomatico’, viene tolto il permesso di eseguire il terzo concerto, previsto dalla sua tournée. Offeso dal regale gesto, decide di annullare i concerti programmati a Vercelli e ad Alessandria. All’amico avvocato Germi scrive: “La mia costellazione in questo cielo è contraria. Per non aver potuto replicare a richiesta le variazioni della seconda Accademia, il Sig. Governatore ha creduto bene sospendermi la terza… In questo regno, il mio violino spero di non farlo più sentire”. Questa è la breve storia che ha determinato il successo di una della frasi più famose ereditate dal nostro passato. Un aneddoto ci aiuta a comprendere la sua abilità e la sua maestria nel fare uscire suoni impensabili dal suo violino ma anche la sua volontà di non sottomettersi a nessuno, di mal digerire il potere e l’arroganza, sia che venga da un Signore o da un futuro Re e sia che venga dal pubblico. In un concerto a Ferrara, nel quale alcuni avevano fischiato una cantante sua amica, si vendicò concludendo il concerto con l’imitazione del raglio dell’asino (ottenuta suonando con forza prima la corda più acuta e subito dopo la corda più grave: “Ih! Ah! Ih! Ah!”), a cui fece seguire la frase “Questo è per chi ha fischiato!”

“L’elettricismo che provo nel trattare l’armonia mi nuoce orribilmente. Dal mio suono scaturisce una magia che non so descrivere.” Una cosa era certa: chi lo ascoltava rimaneva ipnotizzato. Pizzicava le corde con le dita tirando fuori note e suoni che nessuno avrebbe mai immaginato. Sembrava quasi cadere in uno stato di trance tanto che per molti non era lui a suonare, bensì il diavolo.

IL MIO CANNONE

Ci sono composizioni come alcuni “Capricci” che solo Paganini riuscì a eseguire perfettamente. Quando suonava si contorceva in posizione impensabili: i gomiti quasi si sovrapponevano, come fosse posseduto. Alcuni spettatori giuravano di aver visto il diavolo muoversi dietro di lui durante le esibizioni. A Vienna si racconta che un cieco, nel 1828, chiese quanta gente ci fosse a suonare sul palco. Quando gli venne risposto che c’era solo un violino, solo Paganini, il cieco esclamò: “Allora è il Diavolo!”. Anche il suo violino era posseduto. Lui lo chiamava “il mio cannone”. Per molti, uno strumento maledetto. Si diceva che le stesse corde fossero state fatte con le interiora di una delle amanti del musicista che, in preda alla follia, si era fatta uccidere in nome della musica, così che la sua anima sarebbe stata un tramite fra i due mondi. Il ‘Cannone’ è uno dei più grandi capolavori realizzati da Guarneri ‘del Gesù’, oggi considerato il liutaio più illustre e forse più quotato insieme ad Antonio Stradivari, un altro Cremonese. Bartolomeo Giuseppe Antonio Guarneri era detto “del Gesù” perché era solito apporre sui violini da lui costruiti, accanto alla propria firma, anche la sigla Jhs (le inziali delle parole Jesus, Hominum Salvator e cioè Gesù, salvatore degli uomini). Si tratta forse dell’ultimo violino veramente importante costruito a Cremona, città della liuteria per eccellenza, e per di più è associato al più grande violinista mai conosciuto. Sono pochi i violini di un valore paragonabile: lo Stradivari ‘Messia’, meravigliosamente conservato ma mai suonato, l’‘Alard’ anche questo un ‘del Gesù’. Molti importanti Stradivari sono nelle mani di artisti e hanno una lunga e nobile tradizione musicale, ma nessuno di questi strumenti può essere paragonato a questo violino che ha cambiato radicalmente le prospettive dell’esecuzione violinistica. Il ‘Cannone’ resta uno strumento dal suono unico. Come si distingue il timbro dei due violini? Uto Ughi a tal proposito si è espresso così: “Il Guarneri è più irregolare, è un Caravaggio pieno di chiaroscuri, sottigliezze, è più sensuale. Lo Stradivari è mediterraneo, solare, aperto, luminoso, apollineo, è un Raffaello.” Paganini fu un grande agente di se stesso. Lui per primo si vendeva al pubblico come genio. Prima di un concerto preparava il violino segando parzialmente tre delle quattro corde dello strumento. Durante l’esecuzione le corde si rompevano, inevitabilmente, ma lui continuava a suonare, concludendo il pezzo con una sola corda. A volte chiedeva di abbassare le luci per creare un’atmosfera suggestiva capace di catturare l’attenzione e il cuore delle ascoltatrici. Si racconta che quando le luci si rialzavano, si trovava un vero e proprio campo di battaglia con ragazze svenute a terra, altre in preda a pianti angosciati. Giocava con il suo talento, con l’immagine che anche le dicerie avevano creato.

 

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