Immortale amata

Chi era la misteriosa “Immortale Amata” alla quale si rivolge in una lettera? Sarà vero che per combattere la sua sordità si fece costruire una speciale bacchetta di metallo che usava stringere tra i denti e poggiare sulla cassa del pianoforte, per percepire le vibrazioni? Percorreremo i lati più oscuri della sua personalità, gli aneddoti più divertenti che l’hanno visto protagonista.

Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770 – Vienna, 26 marzo 1827).

Tutti lo conosciamo e lo apprezziamo. Un gigante della musica, il primo a sentirsi veramente un artista e a comportarsi come tale. Beethoven era di famiglia modesta. Suo padre era un musicista e un tenore solito a ubriacarsi che, avendo sentito della fama di Mozart, voleva far diventare suo figlio un piccolo genio del pianoforte. Ludwig però non era affatto come Mozart, aveva un modo di suonare tutto suo. Quando suo padre lo portava nelle varie corti per farlo esibire, Beethoven rompeva i pianoforti per il suo modo di suonare e di pestare i tasti poiché i pianoforti dell’epoca non erano resistenti come quelli che conosciamo oggi. La conseguenza era che Ludwig veniva puntualmente picchiato da suo padre. La sordità di Beethoven inizia ad affermarsi proprio a causa delle percosse subite, ma fortunatamente non è bastata a impedirgli di comporre. Scontroso, burbero, dal carattere proverbialmente difficile, celava una ricchezza interiore che troviamo in tutte le sue opere le quali uniscono a un perfetto equilibrio formale una carica emotiva travolgente. La vicenda umana di Beethoven è cosa nota: l’infanzia difficile succube del padre ubriacone e violento, la sordità che lo afflisse progressivamente, l’incapacità di accettare regole e comportamenti sociali, gli amori disperati, la delusione dell’unico affetto, il nipote Karl. Tutto ciò contribuì sempre più al suo isolamento, dal quale sembrò uscire solo attraverso la parola scritta, forma di comunicazione, oltre la musica, da lui prediletta. Abbiamo tre tipologie di documenti: le lettere, i “Quaderni di conversazione”(in cui raccolse pensieri, appunti riflessioni, domande dei suoi interlocutori), e il “Testamento di Heiligenstadt” (dal nome del piccolo villaggio rurale non lontano da Vienna, dove Beethoven amava trascorrere alcuni mesi all’anno), vero e proprio testamento spirituale dove confessa il suo male interiore, quella sordità che si era fatta insopportabile e che minava la sua vita.

Il suo amico Maelzel (lo stesso che inventò il metronomo) realizzò apposta per lui un enorme cornetto acustico. Si fece costruire anche da altri, strumenti per ascoltare il suono ‘fisicamente’. Aveva fatto costruire una scatola, in particolare, che appoggiava sul pianoforte. Beethoven suonava fisicamente dentro questa sorta di ‘risuonatore’. Ma lo strumento più stupefacente che usava era una bacchetta di metallo, di ottone, che soleva tenere tra i denti e che metteva a contatto con la tavola armonica del pianoforte: riusciva così a percepire fisicamente le vibrazioni del suono. Aveva precorso i tempi. Oggi la nuova generazione degli amplificatori acustici non funziona più per espansione del suono, ma funziona sulla trasmissione ossea.

Fin quando gli fu possibile, Beethoven cercò di tenere nascosta la sua menomazione. Nel 1801 a 31 anni così scriveva all’amico medico Franz Gerhard Wegeler: “… devo confessarti che conduco una vita infelice… sono due anni che evito qualsiasi compagnia, perché non posso dire alla gente che sono sordo… Il dott. Franck mi ha curato con olio di mandorle, ma senza alcun effetto… poi mi ha prescritto tè per gli orecchi, ma questi sibilano, e sento un brusio giorno e notte… Posso dirti che la mia vita si trascina miseramente, se avessi un’altra professione la mia infermità non sarebbe così grave, ma nel mio caso è una menomazione terribile! Devo mettermi accanto all’orchestra, altrimenti non odo le note acute degli strumenti e delle voci posso udire i toni di una conversazione ma non le parole, e se qualcuno grida non lo posso sopportare”.

Durante l’assedio della città di Vienna da parte delle truppe francesi (1809) Beethoven fu costretto a rifugiarsi in cantina coprendosi le orecchie con dei cuscini: i suoni forti gli davano fastidio perché soffriva già del caratteristico fenomeno del recruitment che, per ironia della sorte, non fa sentire i suoni di intensità normale, ma provoca un enorme fastidio per i suoni forti. A soli 39 anni tra Beethoven e il mondo si era già alzato il muro del silenzio. Dalle testimonianze lasciate dai lui stesso e dai suoi amici possiamo ricostruire che non percepiva distintamente né voci né suoni e riusciva appena ad udire ciò che suonava stringendo tra i denti la bacchetta di metallo e poggiandola sulla cassa di risonanza del pianoforte. L’esame post-mortem dell’apparato uditivo del musicista riporta un’analisi che non è servita a chiarire lo stato di salute del musicista. Alcuni studiosi attribuiscono l’insorgere del disturbo uditivo al tifo addominale, che colpì Beethoven nel 1797, altri, più attendibilmente, fanno risalire la sordità del musicista ad uno stato catarrale cronico delle prime vie respiratorie e del rinofaringe. A indicarlo sarebbe stato egli stesso, quando riferisce di “…sentire la testa in fiamme”, tanto che mentre suona, ha l’abitudine di correre al lavabo e di immergere la testa nell’acqua fredda. Varie sono state, nel corso degli anni, diagnosi e ipotesi sulle cure. Di certo sappiamo che oggi sarebbe stata una malattia semplice da curare, risolta grazie agli apparecchi acustici di ultima generazione. Nel marzo del 1818 venne costruito per Beethoven uno speciale pianoforte dalla casa britannica Broadwood: la sonorità era più robusta e penetrante di quella dei pianoforti viennesi di allora e la tastiera era arricchita di quattro tasti verso il grave, e di uno verso l’alto. Anche se la sordità era ormai divenuta totale, sul nuovo strumento Beethoven compose le ultime tre Sonate e la Nona Sinfonia.

Dagli scritti emerge un immenso amore per la natura, quasi in essa trovasse conforto e potesse lenire nella sua contemplazione i suoi rovelli. Scrisse alla sua amica Therese Malfatti nel maggio del 1810: “Quanto è fortunata Lei, che è potuta andare in campagna già così presto. Io non potrò godere tale beatitudine fino al giorno 8. Non c’è nessuno che possa amare la campagna quanto me. Dai boschi, dagli alberi, dalle rocce sorge l’eco che l’uomo desidera udire.” Nei “Quaderni di conversazione” troviamo: “Onnipotente, nella foresta! Io sono beato, felice: ogni albero parla attraverso te-O Dio! Che splendore! In una tale regione boscosa, in ogni clima, c’è un incanto. E’ come se in campagna ogni albero mi facesse intendere la sua voce dicendomi: santo, santo!” Ma il suo più recondito sentire lo esprime nel “Testamento di Heiligenstadt”, una lettera indirizzata ai suoi fratelli Karl e Johann il 6 ottobre 1802.”O voi che pensate che io sia… misantropo, quale ingiustizia mi fate! Da sei anni sono vittima di una terribile sventura, aggravata da medici incompetenti. Ah, come può essere possibile rivelare la debolezza di un “senso” che dovrebbe essere più acuto in me che negli altri uomini?” “La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini.”

Superando con una ferrea volontà le prove di una vita segnata dal dramma della sordità, attraverso la sua musica, Beethoven celebrò il trionfo dell’eroismo, della fratellanza tra i popoli e della gioia, nonostante il destino gli avesse riservato un drammatico isolamento. Mai vennero meno la sua forza spirituale e il suo ottimismo, e anche nei momenti più drammatici conservò sempre la fiducia nella bontà della vita e nel suo Creatore. Quando si accorse che la sua sordità cresceva ogni giorno preferì isolarsi dagli altri rinchiudendosi sempre più in se stesso, pur di non rendere pubblica questa sua menomazione; fu considerato così un asociale e un misantropo, e questo gli provocava molto dispiacere. Pensò anche al gesto estremo di togliersi la vita, ma coraggiosamente continuò il suo lavoro, immergendosi completamente nella composizione; molte tra le sue opere più belle e famose sono state ideate proprio durante gli anni della sordità. Questa sua decisione mette in risalto una componente importante del carattere di Beethoven: il coraggio, perché ci vuole molto coraggio per riuscire a continuare a vivere nella sordità totale, soprattutto per un musicista e compositore come lui. Beethoven, nella vita privata, era molto disordinato, timido e – sembra – tormentato dall’idea di suonare in pubblico.

Dal punto di vista politico appare sempre molto critico e determinato: non esitò a manifestare la sua avversione nei confronti di Napoleone dopo l’amara rivelazione della sua tirannia e la conseguente delusione per il musicista. Inizialmente Beethoven restò veramente impressionato dalla personalità di Napoleone tanto da aver deciso di dedicargli una sinfonia: l’Eroica. Gli piaceva pensare che l’umile Napoleone fosse diventato governatore dei francesi senza avere alcun titolo aristocratico da vantare. Quando però si autoincoronò imperatore di Francia, Beethoven diventò livido di rabbia: “Così ora vuol calpestare tutti i diritti umani per soddisfare le sue ambizioni!” si racconta che urlò, prendendo la pagina di intestazione della sinfonia che venne stracciata e gettata a terra. Esiste ancora una copia della sinfonia con il nome Napoleone cancellato ferocemente. Prigioniero del silenzio riversò ogni sentimento e ogni slancio nella musica pur “sentendola” solo con la mente.

Amava giocare con l’armonia, con le regole. Molti accordi davano fastidio ai contemporanei. Ma non c’era nulla di rivoluzionario, la rivoluzione era nella percezione. Un tipico esempio è l’accordo iniziale dell’Allegretto della 7° Sinfonia. Semplice accordo di La minore con il Mi al basso che provoca un senso di turbamento nell’ascoltatore. Usa il pianoforte a livelli di espressività mai raggiunti prima. È stato dimostrato che i primi tre minuti di questa Sinfonia e di questo movimento in particolare suonano su frequenze perfette per il sollevamento delle vibrazioni, per la guarigione, per il perdono verso noi stessi, e per rilasciare il passato. Un consiglio: ascoltatela quotidianamente per almeno tre volte. Vi aiuterà a migliorare la vostra salute e lasciare andare la tristezza, il dolore e il rimpianto. La Sonata n. 21, Op. 53, comunemente denominata Waldstein (dall’omonimo conte a cui è dedicata, illustre protettore che lo esortava a lavorare per ricevere lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn ), prevedeva una nota acuta, alta, che il pianoforte dell’epoca non aveva (parliamo del Fortepiano che aveva 5 o 6 ottave rispetto alle 7 dello strumento che conosciamo). Quando gli fecero notare questa cosa, Beethoven rispose: “Bè, me lo costruiranno”. Un aneddoto che conferma il livello espressivo raggiunto dal pianoforte, la crescita che lo strumento farà grazie a Beethoven. Una rivoluzione che coinvolge l’espressione, l’estensione dell’ottava ma anche la potenza, la qualità costruttiva delle meccaniche. Beethoven ha un suo stile preciso. Gioca con tempo e spazio. Il tempo è rallentato, velocizzato. Lo spazio è esplorato in ogni anfratto, dove ogni elemento (che sia l’orchestra nel suo insieme o un singolo strumento solista) si muovono nella ricerca della completa estensione concessa loro. Una ricerca dinamica (dal grave all’acuto e viceversa) e espressiva (dal fortissimo al pianissimo) per conquistare lo spazio. Proprio questa spazialità conferisce un aspetto e una percezione psicologica delle opere di Beethoven che altri non hanno mai raggiunto. Elementi spaziali che possono essere ascoltati in modo emplematico nel primo movimento della Sonata Patetica. Il linguaggio e lo stile di Mozart erano distanti. Mozart era un intrattenitore sottile, elusivo, civettuolo dell’ascoltatore tanto da sembrare a volte umoristico. Beethoven non vuole strappare l’applauso. Non vuole assecondare con dolci armonie l’orecchio dell’ascoltatore. Non vuole sorprenderlo per forza. Vuole emozionarlo. Vuole scuoterlo, scioccarlo se possibile. Vuole accentuare i contrasti per trasportarci in un vortice di emozioni. Ciò che conta non è il ghirigoro, il superfluo. Beethoven e la sua musica vanno dritti alle fondamenta della melodia e dell’armonia.

Beethoven era, prima che un artista, un uomo. Due furono i suoi grandi amori: Giulietta Guicciardi e l’Amata Immortale. Pensò a un matrimonio con la Guicciardi tanto da dedicarle la Sonata “Moonlight” ma sa che lei è di un altro rango sociale. La stessa Giulietta Guicciardi, in una lettera, scriverà di essere innamorata e che avrebbe voluto sposare Beethoven se questo non avesse voluto dire per lei, scendere troppo in basso. A quel tempo, infatti, il musicista era considerato quasi come un domestico. Sarà proprio con Beethoven che ci sarà un cambio di passo dovuto anche al suo modo di farsi rispettare. Beethoven aveva compreso l’importanza del suo lavoro. C’era in lui la consapevolezza del valore della creazione artistica. Una creazione che meritava rispetto da parte di tutti. C’è un aneddoto secondo cui Beethoven incontrò nel grande parco del Prater a Vienna, l’Imperatore in compagnia di Goethe. Beethoven non si degnò di salutare l’Imperatore. Venne ripreso subito da Goethe e lui rispose: “Che cos’ha più di me tanto che secondo te avrei dovuto salutarlo io, per primo?” Oltre a Giulietta un altro amore segnò la sua vita. L’Amata Immortale. Chi era questa donna? Molti pensano, si trattasse di una donna sposata visto che in molte lettere traspare l’angoscia di Beethoven nel non poterla averla tutta per sé. Un amore capace di conquistare completamente il suo cuore, al punto da lasciare per un attimo da parte le sue composizioni, sostituendo alle note le parole, per esprimere ciò che il cuore gli dettava, bisognoso di non farne con questo sentimento musica ma letteratura, per una volta, per una lettera scritta prima di morire, per una donna. Beethoven parla di amore eterno, di un sentimento che lega due anime prima ancora di due corpi e dalle parole viene fuori quanto intenso e profondo fosse ciò che l’univa a questa donna. Sembra assurdo pensare allora che questa lettera, questa dichiarazione d’amore degna di appartenere a una realtà che con i confini di tempo e spazio non ha nulla da condividere, non sia in realtà mai stata spedita, mai stata letta, non dalla destinataria ufficiale almeno. La lettera è stata infatti ritrovata, dopo la morte del musicista, in una credenza a casa dell’artista, in un lato di un importante documento, il Testamento di Heiligenstadt. Lettera all’Immortale Amata è la confessione d’amore non confessata. Beethoven era cosciente che quell’amore di cui scriveva era assoluto; forse riconosceva che, da uomo, non avrebbe potuto tener fede a quelle parole… è stato cauto, è stato coscienzioso, ha tenuto per se’ il manoscritto, salvaguardando la donna. Altri, al suo posto, non avrebbero avuto la stessa sensibilità, senza sapere che una volta che una parola, una nota, si libera nell’aria, non può tornare indietro…

Buongiorno, a letto i miei pensieri sono già rivolti a te, mia amata immortale, ora lieti, ora di nuovi tristi, nell’attesa che il destino esaudisca i nostri desideri… posso vivere soltanto unito strettamente a te, non altrimenti. Sì, ho deciso di errare lontano finché non potrò volare nelle tue braccia e sentirmi perfettamente a casa accanto a te e lasciando che la mia anima, circondata dal tuo essere, entri nel regno degli spiriti – purtroppo così deve essere – ti rassegnerai, tanto più conoscendo la mia fedeltà verso di te, nessuna altra donna potrà mai possedere il mio cuore, mai – mai… O Dio perché dovresti allontanarmi dall’oggetto di tanto amore? La mia vita a Vienna è ora miserevole… il tuo amore ha fatto di me il più felice e nello stesso tempo il più infelice degli uomini; alla mia età avrei bisogno di vivere in modo uniforme senza scosse ma è ciò possibile nella nostra situazione? Quanta nostalgia, quanto rimpianto di te, di te mia vita, mio tutto… addio…. ti prego continua ad amarmi, non smentire mai il cuore fedelissimo del tuo amato. Eternamente tuo. Eternamente mia. Eternamente nostri L.

Molti furono i traumi sofferti da bambino. Sensibile alla nevrosi materna, ma ancor più sopraffatto dalla figura paterna, terrorizzato dalle percosse, dal pericolo di essere colto in errore o svegliato improvvisamente in piena notte. Beethoven manifestò, per tutta la vita, insieme a un carattere scontroso e stravolto, un grande bisogno d’amore e l’ansia pungente di costruirsi un nido di affetti domestici. Davanti a questo vissuto si comprende anche la gigantesca lotto dell’eroe contro le oscure potenze, avverse e irrazionali, che opprimono l’uomo anche materialmente, e la felicità quando, superate tremende prove, si è finalmente sottratto al destino e reso libero di vivere e agire. I tumulti, il dolore, gli incubi l’abbattimento, la rivolta, gli stessi scuotimenti tellurici dello stile e quant’altro sconvolge il tessuto delle sue sinfonie, possono essere visti come i segni della lotta di Beethoven contro i demoni della sua infanzia.

Un aneddoto divertente riguarda il suo nome. Beethoven aveva antenati olandesi e questo spiega il suo “van”. La gente snob, pensando che lui si chiamasse Ludwig von Beethoven (“von” anteposto a un cognome, in Germania, significava che la persona aveva origini aristocratiche mentre il prefisso olandese “van” era in realtà piuttosto comune in Olanda) restò delusa quando scoprì il suo vero nome. Un’altra curiosità: verso la metà dell’aprile del 1787, alcuni amici di Mozart chiesero al maestro di incontrare un promettente giovane di sedici anni che forse ambiva ad accedere alla Scuola dell’affermato maestro: costui era Ludwig Van Beethoven. Il 2 maggio 1787 il maestro salisburghese incontrò il giovane e gli chiese di sviluppare un tema. Il giovane, emozionato e confuso, iniziò a improvvisare. Alla fine dell’esecuzione Mozart espresse un commento implacabile: “Davvero molto grazioso, ma troppo meccanico”. A seguito di ciò Beethoven restò di sasso, ma, infine, dopo aver sviluppato un altro tema venne congedato da Mozart con una frase che rimase nella storia: “Tenete d’occhio questo giovane, avrà qualcosa da raccontarvi”.

 

 

 

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